Don Tassone torna a casa «Ho visto la paura e l'amore»

la storia/ 2Don Franco Tassone è stato dimesso: torna a casa il parroco della chiesa del Santissimo Crocifisso, sacerdote che ha sempre combattuto per dare volto agli invisibili e speranza a chi conosce solo sofferenza e povertà. Lui, che aveva ricevuto da don Enzo Boschetti il compito di guidare la Casa del Giovane, ha vinto un'altra battaglia, quella contro questo virus micidiale che colpisce senza pietà. Ed è pronto a tornare in prima linea nella frontiera del dolore. Quando le sue condizioni fisiche glielo permetteranno. Intanto lancia un appello: «Il virus è un veleno sociale, ci impone a limitare i rapporti con gli altri, a tenere le distanze dai nostri fratelli. Facciamolo. Possiamo comunque mantenere i nostri contatti attraverso i social, continuando a promuovere la solidarietà». Solidarietà. Come quella che ha incontrato don Franco quando, malato di Covid-19, si è affidato agli altri. «Ho sperimentato la povertà assoluta e il bisogno. Il bisogno di qualcuno che ti aiuti, che lotti per te e ti salvi - racconta -. E ho trovato amore e sostegno. Personale sanitario che mi ha riportato alla vita, restituendomi un dono prezioso. Ho un debito di riconoscenza verso medici e infermieri che vedevo lavorare fino allo stremo. verso il mio vescovo, i miei fratelli, i volontari del terzo settore. Sono stato fortunato. Una mia parrocchiana, una brava dottoressa, ha capito i sintomi. Sono stato ricoverato subito e la malattia è stata presa in tempo. Ma, chiuso nell'ospedale di Voghera prima e al policlinico poi, ho visto il dolore, la tragedia, la sofferenza fisica e morale. Persone chiuse nei respiratori, con due soli buchi, uno per respirare e l'altro per bere. Giovani e anziani costretti a lottare con l'angoscia di morire soli. Medici con gli occhi stanchi nei quali si leggeva la paura». Ripercorre don Franco le tappe della sua malattia, il terrore della prima notte, il posto nella camera dove era appena morto un amico fraterno, le visite accurate. «Sono stato costretto a compiere un atto di fiducia, perché non hai nessun altro contatto sociale e sei nelle mani di chi ti solleva un attimo e ti monitora per avere da te quei risultati che tardano ad arrivare». Poi il primo tampone negativo, il respiro meno affannoso, la ricerca del contatto umano. «Un'esperienza che mi ha obbligato a pormi un interrogativo ampio sul senso della vita, sul mio servizio ai poveri, sul mio sacerdozio. Si solito la gente si affida a me. Ora toccava a me affidarmi agli altri». L'augurio, dice don Franco, è quello di una rinascita più solidale, il senso della vita è quella del dono verso gli altri». --Stefania Prato