A Bergamo vittime tre volte superiori ai numeri ufficiali «E 23mila infettati»
Chiara Baldi /bergamoIl coronavirus ha stravolto una città anche nel conto dei suoi figli perduti per sempre. A Bergamo, tra il primo e il 24 marzo 2020 sono morte 446 persone. Un dato molto più alto rispetto a quello fotografato negli ultimi dieci anni dall'Anagrafe, che è stato in media di 98 decessi. Questo vuol dire che in queste settimane ci sono stati 348 morti in più. Di questi, secondo Regione Lombardia, "solo" 136 sono risultati positivi al virus. Ne restano fuori altri 212 che, per il sindaco Giorgio Gori, potrebbero essere a loro volta vittime del virus. Probabili vittime che però non sono conteggiate nel bilancio ufficiale. D'altronde, il primo cittadino lo dice da settimane: «Ogni famiglia bergamasca è stata colpita in qualche modo, vuoi per un contagio o, peggio, per qualche familiare che non c'è più. Il numero dei positivi e dei decessi è molto più alto di quello che ci comunicano ogni giorno». E tanto ne è convinto, che ha messo i suoi dipendenti a tirar fuori i numeri dei decessi degli ultimi dieci anni. Si è così scoperto che a Bergamo le vittime del virus potrebbero essere tre volte di più rispetto a quelle riportate nei bollettini. Il dubbio era venuto a molti, dopo aver visto decine di camionette dell'Esercito trasportare fuori dalla città centinaia di bare, urne da cremare altrove perché nel crematorio cittadino non c'era più posto, sebbene fosse stato ampliato solo due anni fa. Ma i numeri sono impietosi e raccontano, per marzo, un'impennata di decessi: 95 nella prima settimana contro una media, negli ultimi dieci anni, di 49,1; poi 296 nella seconda settimana, contro i 49,4 in media dei soliti ultimi dieci anni. E infine, 313 decessi in sette giorni - nella terza settimana - contro una media di 45. Scrive Gori su Twitter: «Con una letalità (il rapporto tra morti per Covid19 e positivi al virus, ndr) all'1,5-2 per cento (parametro indicato dalla maggioranza dei virologi, ndr), i contagiati in città sarebbero tra i 17 e i 23mila». Numeri mostruosi, in una città che ha poco più di 122mila residenti. Eppure, per Regione Lombardia nel capoluogo lombardo sono "solo" 891 i positivi. Chi sono, quindi, i bergamaschi positivi o deceduti che sfuggono ai conteggi? Sono quelli a cui non è mai stato fatto un tampone per capire se fossero stati contagiati o meno. Persone che sono morte a casa perché non hanno fatto in tempo a arrivare all'ospedale. Lo dicono i sindaci della provincia, lo dice chi si ritrova a piangere un padre, un nonno, una mamma, una sorella a cui non può nemmeno dare l'ultimo saluto. Perché i tamponi si fanno solo, nella policy di Regione Lombardia, a chi ha sintomi "pesanti". «Lo scorso 27 febbraio l'Istituto Superiore di Sanità - ha spiegato il presidente di Regione Attilio Fontana - ci ha comunicato che i tamponi si fanno solo ai sintomatici, per gli altri sono fuorvianti». Nelle 5 settimane dell'emergenza coronavirus, quindi, chi aveva febbre o lieve tosse non veniva sottoposto al test del tampone, ma veniva invitato a rimanere a casa, magari autoisolato. Solo che poi si è scoperto che il coronavirus ha una «evoluzione velocissima» per cui peggiora in modo drammatico in pochissime ore, come ha più volte ricordato l'assessore al Welfare Giulio Gallera. Ecco, molti bergamaschi all'ospedale non ci sono mai arrivati. --© RIPRODUZIONE RISERVATA