«Mercato estero rischioso Crescere qui non è un male»

L'intervistaCarlo Alberto Carnevale Maffè è professore nella più internazionale delle università - la Bocconi di Milano - e soprattutto un noto liberista. Da una voce come la sua sulla fusione Intesa-Ubi ci si aspetterebbe un giudizio critico. E invece no: «Non capisco il ragionamento di chi sostiene che Intesa avrebbe dovuto spingersi oltreconfine. Chi lo dice dimentica che si è comprato il primo concorrente nel territorio più dinamico dell'intera Unione europea».Ci spieghi meglio. «Il capitale investito in questa operazione ha il miglior rendimento possibile rispetto a un mercato estero che oggi è rischioso e complesso. Le operazioni vanno giudicate per la loro coerenza ed efficacia. Le fusioni oltreconfine non possono essere una scelta ideologica. Le decisioni di investimento devono essere razionali».Cosa c'è di razionale nell'acquisto di Ubi? In fondo si tratta dello stesso territorio in cui Intesa è già fortissima. Non è così?«Intesa ingloba il suo miglior concorrente, si tiene la parte migliore di quel gruppo, si chiama fuori dal boccone avvelenato del Monte dei Paschi, che prima o poi dovrà essere assorbita da qualcuno di più grande. E' solo questione di tempo».In un mercato così aperto essere una banca sempre più italiana non è un rischio per Intesa?«Fra i clienti di Ubi c'è uno dei più alti tassi di patrimonializzazione privata e il più alto tasso di internazionalizzazione delle imprese. Se in Lombardia e Veneto c'è un'occasione di investimento migliore di quello che si potrebbe fare in Baviera, perché no?». E perché proprio ora? «Che il sistema italiano si debba ancora consolidare è nelle cose. Intesa sapeva di dover partecipare, ha avuto il privilegio della prima mossa. Si muove ora anche perché così può salire sul treno di "quota cento". È l'eterogenesi dei fini populisti: cinquemila prepensionamenti a carico del contribuente. Il grande nemico delle élite che fa un enorme regalo alle élite. Carlo Messina dovrebbe dire un grazie all'ex ministro Matteo Salvini». Non c'è il rischio che Intesa costruisca una banca fin troppo grande al Nord? «La domanda va girata all'Antitrust e alla Banca d'Italia. Ma qui stiamo parlando di un'operazione che vale circa il venti per cento del mercato. I tassi di concentrazione bancaria in Spagna e Gran Bretagna sono ben più alti, e i costi per l'utenza comunque più bassi. Credo che i vantaggi che arriveranno dalla maggiore efficienza operativa saranno di molto superiori ai rischi da oligopolio. E poi si intuisce che Intesa ha già messo le mani avanti con la cessione delle filiali a Bper e della parte assicurativa a Unipol».Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. E al Sud lo Stato che salva Bari. Non vede un paradosso?«E' l'ennesima dimostrazione del fatto che l'Italia è spaccata in due. Anche perché ciò in cui si sta specializzando Intesa è il cosiddetto "wealth management", vale a dire la domanda crescente di welfare privato da parte dei clienti del Nord».--© RIPRODUZIONE RISERVATA