Bombe sul greggio, Trump sfida Teheran

Francesco SempriniNEW YORK. Minacce reiterate, prove muscolari, ritorsioni piratesche anticamera di azioni militari. È un'escalation veloce e drammatica quella a cui si assiste tra il Golfo persico e lo Stretto di Hormuz dove la compagine sciita capitanata da Teheran ha ingaggiato un confronto di fuoco con l'asse Washington-Riad. Ed con le Nazioni Unite che invocano il dialogo in vista dell'Assemblea generale dove l'ipotesi di un bilaterale tra Donald Trump e Hassan Rohani, sino allo scorso venerdì, aveva guadagnato la dimensione della realpolitik. Un confronto quello in corso tra Medio oriente e Penisola arabica che ha mutuato la sua dimensione di conflitto regionale in scontro globale ovvero destinato, come nel caso della guerra in Siria, a coinvolgere un numero sempre più elevato di attori internazionali. Specie se alle parole seguiranno i fatti come quelle pronunciate da Donald Trump il quale ha affermato che gli Stati Uniti sono "pronti e armati", per reagire agli attacchi contro le raffinerie di Aramco, che hanno avuto ripercussioni su metà della produzione petrolifera saudita. Il presidente americano, a differenza di Mike Pompeo, non accusa apertamente l'Iran dicendo di attendere conferme sulla responsabilità degli attacchi agli impianti Aramco. «C'è ragione di pensare che conosciamo i colpevoli», dice Trump citando l'episodio del drone Usa abbattuto dai Pasdaran perché accusato di aver invaso lo spazio aereo iraniano. «Hanno insistito sapendo che era una grandissima bugia - ribadisce - Ora dicono che non hanno nulla a che fare con l'attacco, vedremo». A Washington insomma la rivendicazione degli Houthi non convince affatto, anzi alcuni pensano a un gioco delle parti tra la Repubblica islamica e i ribelli sciiti. «Come ha affermato Pompeo non ci sono prove che arrivi dallo Yemen, ma informazioni emergenti indicano responsabilità dell'Iran», ha ribadito la neo ambasciatrice americana all'Onu, Kelly Craft. Per il New York Times le "pistole fumanti" che confermerebbero i sospetti dell'amministrazione Usa sono alcune foto satellitari contenenti gli almeno 17 punti di impatto negli impianti petroliferi sauditi di attacchi provenienti da nord o nord ovest, elementi che sarebbero coerenti con un raid proveniente dalla direzione del Golfo persico settentrionale, quindi Iran o Iraq, dove vi sono installazioni di formazioni legate ai Pasdaran. Dalle parole ai fatti è invece passato l'Iran che mentre annunciava il prossimo rilascio della petroliera britannica Stena Impero, sequestrata a luglio dai Pasdaran nel Golfo Persico, ordinava il sequestro nello stretto di Hormuz di una nave sospettata di contrabbandare gasolio verso gli Emirati Arabi Uniti, con l'accusa di trasportare illegalmente 250mila litri di gasolio.È difficile pensare al rientro della crisi quando mancano cinque giorni alla ministeriale Onu, come conferma l'inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths. Il quale, sebbene dica che «non è interamente chiaro chi sia dietro l'attacco», parla di «incidente estremamente serio, con conseguenze che vanno molto oltre la regione», e che rischia di «trascinare lo Yemen» alla deflagrazione finale. Oltre a far saltare l'ipotesi di incontro bilaterale senza un evidente passo indietro degli Usa o dell'Iran. In questo sia Trump che Rohani sono stati chiari: aI momento, all'Onu, le loro strade sono due rette parallele. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI