Senza Titolo
In Italia, i bambini la canticchiano sin da piccoli, quando devono deridere un compagno un po' chiacchierone, oppure nel momento in cui devono stabilire un patto di silenzio dopo aver fatto una marachella. «Chi fa la spia | non è figlio di Maria | non è figlio di Gesù | quando muore va laggiù | da quell'ometto che si chiama diavoletto»: filastrocca buffa, che fa sorridere.Però forse tanto buffa non è, se si riflette che, in fondo, potrebbe benissimo essere un inno all'omertà, alla reticenza, alla complicità silenziosa e passiva alla malavita. Andrea Franzoso, il 40enne ex funzionario delle Ferrovie Nord Milano (Fnm) che nel 2015 fece la "spia" denunciando le spese pazze e illecite del capo, è infatti convinto che proprio questa poesiola sia un eclatante esempio della cultura omertosa italiana, la quale passa dai genitori ai figli senza nemmeno che ce se ne accorga. Franzoso, ha scritto quello che pensa e raccontato la sua esperienza nel libro da poco pubblicato per PaperFirst "Il disobbediente - C'è un prezzo da pagare se non si vuole avere un prezzo" (pp.169, euro 12). Il libro viene presentato oggi, alle 18, al collegio Cairoli di Pavia. Franzoso, com'è iniziata la sua storia?«Era il febbraio di due anni fa e lavoravo per gli organismi di vigilanza di Fnm. Correvano voci che il presidente Norberto Achille spendesse il denaro dell'azienda in enormi quantità per scopi personali e allora chiesi ad un amico collega di accertarsi della cosa, di fare delle verifiche. Dalle fatture, ebbi le prove che tutto era vero: Achille rubava senza pudore, chiedeva rimborsi che non gli erano dovuti, comprava con la carta di credito aziendale capi di abbigliamento per la famiglia, cenava in ristoranti di lusso e poi portava gli scontrini ai contabili per ottenere gli indennizzi. Segnalai il problema all'ufficio interno di Fnm ma i responsabili cercarono di ammorbidire il report, di nascondere gli allegati che riportavano le voci di folli spese. Così agii da solo: andai dai carabinieri e denunciai i fatti mettendoci faccia, nome e cognome».Perché non fece un esposto anonimo?«Volevo prendere una posizione chiara, volevo che la gente sapesse che io avevo avuto il coraggio di oppormi alla catena sociale di imbrogli, silenzi e connivenza. Certo non fu facile: da quel momento mi si fece terra bruciata attorno, i colleghi non mi parlarono e il successore di Achille, Andrea Gibelli, mi relegò a compiti professionali pari al nulla. Alla fine fui costretto a firmare una revisione consensuale del rapporto di lavoro e andarmene. Ma non ho rimpianti: ho trovato presto un altro impiego e oggi faccio l'autore televisivo».La sua famiglia come prese la sua risoluzione di denunciare? «Mio padre all'inizio fu contrario. In quel periodo mi ripeteva: "L'Italia è un Paese per furbi, non per onesti, e se tu vuoi vivere onestamente allora prendi le tue cose e trasferisciti all'estero". Recentemente per fortuna si è ricreduto, in quanto crede come me che per l'Italia ci sia speranza se si educano i giovani. Inoltre, la legge sul whistleblowing, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 14 dicembre scorso, entrerà in vigore il 29 di questo mese. È un importante passo avanti, sebbene abbia delle falle non indifferenti: garantisce che una persona che denunci condotte illecite sul lavoro non venga licenziata, ma non che i colleghi e i capi le rendano impossibile la vita. Insomma, c'è maggiore attenzione alla trasparenza e all'anticorruzione ma è la mentalità che deve cambiare». Come? «Innanzi di tutto dando una traduzione italiana al termine "whisterblower", senza accezioni negative quali spia, infame o sicofante e che non sia il ridicolo e letterale "suonatore di fischietto". In secondo luogo, avendo una maggiore identità civile, nazionale e comunitaria. Nel nostro Paese manca un'etica pubblica mentre prevale l'interesse particolare e a me sembra che l'Italia non sia ancora nazione. L'identità e la fedeltà degli italiani non va alla cosa pubblica ma alla famiglia, al partito, all'associazione. Ritengo che per combattere la corruzione dobbiamo quindi prima combattere la frammentazione culturale di un popolo che non è unito». Gaia Curci