Cesare Forni: ardito, squadrista ras e dissidente

MORTARA Al duca di Savoia Aosta che sul fronte dell'Isonzo vuole conoscere la sua professione, Cesare Forni risponde: «Giocatore di biliardo e studente a tempo perso». In questa frase sono riassunte la spavalderia e la baldanza che accompagneranno Forni, "cuore di bambino in un corpo di leone", lungo i 53 anni della sua vita. L'esponente della più influente famiglia di fittabili lomellini, nato nel 1890, avrà ai suoi piedi la Lomellina e la provincia di Pavia fra il 1921 e il 1923, ma nel 1924 cadrà in disgrazia e sarà quasi ucciso alla Stazione centrale di Milano dagli squadristi inviati dallo stesso Mussolini. Maria Forni, figlia del fratello Luigi, racconta la vita dello zio Cesare, che è al centro di una polemica politica per l'organizzazione di un incontro venerdì a Sartirana. «A 25 anni, mentre era studente al Politecnico di Torino - spiega Maria Forni - Cesare entrò come sottotenente nel primo Reggimento di artiglieria di montagna. Il 2 maggio 1915 fu inviato al fronte nell'Alto Isonzo e da allora combatté per tutti i quattro anni di guerra. Era un combattente, convinto delle ragioni dell'Italia in guerra e attirato dalle azioni dove contavano solo il gesto animoso e la coesione tra compagni di rischio e di trincea». Ufficiale di artiglieria, Forni entra negli Arditi e infine nei bombardieri, dove frequenta il fondatore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti. «A tavola siamo quattro ufficiali feriti dalle bombe a mano - scriverà Marinetti - Con noi il capitano Forni, forte muscoloso tipo d'alpino ardito». Dopo la smobilitazione, nel 1919, Forni ritorna a Torino ed entra in contatto con i primi fascisti. Intanto a Mortara e in Lomellina arriva lo "scioperone" della primavera 1920: Pietro Forni, padre di Cesare, è in prima linea a capo degli agrari che contrastano i braccianti.Fra la fine del 1920 e l'inizio del 1921 Forni torna a Mortara e si avvicina al movimento squadrista guidato dal lomellese Silvio Magnaghi e dall'avvocato Luigi Lanfranconi. Il maggio 1921 è il mese della svolta. Mussolini arriva a Mortara per un comizio in vista delle elezioni politiche: la sua guardia del corpo sarà proprio Cesare Forni, che da allora guiderà le squadre d'azione sostituendosi a Magnaghi.I suoi uomini radono al suolo le organizzazioni bracciantili e socialiste, prima fra tutte la Federazione proletaria lomellina, il potente sindacato guidato da Egisto Cagnoni e Paolo Moro. Nel 1922 le "legioni lomelline" occupano i municipi di Novara e di Milano, dove distruggono anche la sede dell'Avanti. Poco prima della marcia su Roma, nell'ottobre 1922, viene incaricato da Mussolini di coordinare le squadre di Lombardia, Piemonte e Liguria. Fra il 1922 e il 1923 è il capo, il "ras" secondo un termine importato dall'Abissinia, indiscusso, ma proprio in quegli anni inizierà la sua parabola discendente. «Mio zio - dice ancora Maria Forni - era popolarissimo tra gli squadristi, ma nei primi anni del governo di Mussolini la sua figura diventa sempre più scomoda per i vertici del partito. Questo perché era un ingenuo sotto l'aspetto politico». Forni avvia una politica sindacale a favore dei braccianti e dei salariati mettendosi contro la sua stessa classe sociale che lo aveva sostenuto quando si trattava di distruggere le sigle sindacali legate al Partito socialista. Nel 1924 Cesare Forni è l'unico dirigente di livello nazionale che ha il coraggio di sfidare Mussolini formando una lista fascista "dissidente".Dopo essere scampato alla morte a Milano, sarà eletto deputato, ma l'anno successivo la sua carriera era ormai al capolinea. Ritiratosi dall'agone politico, parte per la Somalia per raggiungere il suo amico e camerata Cesare De Vecchi, allora governatore della colonia. Qui cerca di realizzare alcuni ambiziosi progetti agricoli, ma all'inizio degli anni Trenta torna in Italia e si stabilisce a Milano, dove morirà nel 1943. Ai suoi funerali, celebrati nella basilica di San Lorenzo di Mortara, partecipano migliaia di lomellini, tra cui anche molti dei suoi vecchi avversari politici. Da allora riposa nel piccolo cimitero di Tornaco, un paesino del Novarese. Umberto De Agostino