Il Natale di guerra dei soldati pavesi

di Roberto Lodigiani wPAVIA Bastava qualche sigaretta, un maglione di lana autarchica, una tavoletta di cioccolata a quei ragazzi per sentirsi un po' meno lontani da casa, mentre aprivano i pacchi appena arrivati nelle trincee lungo il Don e leggevano avidamente le lettere dei loro cari. Si chiamavano Mario, Pietro, Giuseppe. Tutti attorno ai vent'anni, tutti accomunati da un tragico destino, in quella campagna di Russia che costò all'Italia decine di migliaia di morti (le perdite subite dall'Armir nel solo inverno 1942-43 furono di 85mila tra caduti, dispersi o prigionieri e di 27mila feriti o congelati; 10mila i soldati catturati dai sovietici che fecero ritorno in patria alla fine della guerra). Per molti di essi, il Natale del '42 fu anche l'ultimo, nel pieno della controffensiva dell'Armata rossa che avrebbe portato alla disastrosa ritirata della nostra armata nelle steppe aride e gelate, affrontata a piedi per centinaia di chilometri, senza mezzi di trasporto nè carri armati in grado di opporsi a quelli nemici, con scarpe e indumenti inadatti a resistere a temperature di 30, 40 gradi sotto zero. Ancora più significative e toccanti, dunque, sono le lettere scritte in quei giorni drammatici dai soldati pavesi ai familiari: nuove testimonianze rintracciate e raccolte negli archivi dell'esercito da Paola Chiesa, studiosa di storia militare, autrice di numerosi saggi e libri che da anni scandaglia i documenti e le carte dell'epoca per raccontare la vita, e la morte, di quegli uomini, altrimenti condannati all'oblio del tempo. «Sono lettere scritte in modo semplice – spiega Chiesa – da ragazzi di umili origini, che spesso facevano i contadini e a scuola non c'erano andati o l'avevano frequentata solo per qualche anno, concludendo a malapena le elementari. Da esse, traspare il timore per la guerra, la durezza delle condizioni al fronte, il freddo insopportabile, la fame, ma anche la speranza di cavarsela e di poter riabbracciare i propri cari in un giorno non lontano». Ecco, dunque, le loro storie. Quelle di Giuseppe Sgarella e di Arturo Casarini sono simili, fino alla tragica morte in combattimento. Sgarella nasce a Val di Nizza il 19 maggio 1915 (cinque giorni prima dell'ingresso dell'Italia nella Prima guerra mondiale), da Agostino ed Ernestina Lanzaretti. Va a scuola fino alla terza classe, poi diventa calzolaio. Chiamato alle armi nel 1940, combatte sul fronte occidentale durante le operazioni contro la Francia, quindi contro la Jugoslavia; il 24 luglio del '41 parte per la Russia con il terzo reggimento bersaglieri, cade in battaglia proprio il giorno di Natale di quell'anno a Iwanowskij, in Ucraina, centrato alla testa da una pallottola; è sepolto nel cimitero di Orlowo, la sua tomba è la numero 86. E' invece una scheggia che gli perfora l'addome a costare la vita a Casarini, ma il luogo, il reparto, il giorno sono gli stessi. Arturo, contadino di Montalto Pavese, nasce il 22 maggio 1920, da Francesco e da Ercolina Saviotti. La scheda personale chiarisce che ha fatto le elementari fino alla quinta. Come Sgarella, finisce tra i bersaglieri del terzo reggimento, divisione Celere: uno dei reparti del Csir, il Corpo di spedizione italiano che Mussolini mobilita per dare il suo contributo alla crociata antibolscevica. La sua tomba a Orlowo è la numero 42. Da Montalto, parte per la Russia anche Giovanni Tarantani. Classe 1910, contadino come Casarini, sotto le armi fa l'ausiliario della sanità negli ospedali da campo. L'ultima lettera alla moglie Teresa conservata negli archivi è datata 23 dicembre 1942; meno di un mese dopo, il 20 gennaio del '43, viene dichiarato disperso. Mario Delù nasce a Pietra de' Giorgi il 3 agosto 1920 da Luigi e da Carolina Vercesi; contadino, finisce in fanteria, con il 38° reggimento Ravenna. Muore in un incidente all'ospedale da campo di Voroscivovgrad (Ucraina) il 23 dicembre del '42 e riposa nel locale cimitero italo-tedesco (tomba 405). Pietro Brandolini, classe 1913, di Redavalle, viene inquadrato nel reggimento di artiglieria alpina Pinerolo; sparisce durante la ritirata tra il 15 e il 31 gennaio del '43. ©RIPRODUZIONE RISERVATA