l’opinione
The day after, a New York, non è già più il giorno dopo la sconvolgente vittoria di Donald Trump ma quello dopo le manifestazioni degli studenti sulla Quinta Avenue e a Columbus Circle davanti ai kitchissimi grattacieli del magnate e showman e, nella notte, su Central Park West. Quelle decine di migliaia di ragazzi e soprattutto ragazze che urlano "Non sei il mio presidente", "Il mio corpo, la mia scelta" e "Razzista, sessista, antigay, Trump vattene via" costituiscono una novità non prevedibile anche per la più laica città d'America. Si sono ritrovati nel tardo pomeriggio - convocati dal tam tam via Facebook, Twitter e Snapchat - sciamando dalle università cittadine, hanno sfilato come facevano i loro nonni ai tempi della guerra in Vietnam, non hanno avuto timore a gridare che loro non accettano il ritorno a un lontano e oscuro passato sociale e civile imposto dal voto di protesta degli Stati del Midwest massacrati dalla crisi innescata dai subprime, alimentata dalla globalizzazione dei commerci e della produzione, raffinata dai robot dell'industria 4.0. Quella degli operai un tempo intruppati nei sindacati che adesso - rimasti senza lavoro - puntano sul miliardario Trump e quella dei ragazzi che contestano il neopresidente ma martedì non sono andati a votare per Clinton (me l'hanno confermato davanti ai camion della spazzatura usati da Nypd, la polizia metropolitana, per blindare i palazzi di Trump) sono le forme di un disagio collettivo che si esprime in modi, luoghi e tempi che i due grandi partiti storici degli Usa non hanno individuato né interpretato. E così il voto di massa a Trump è andato all'unico campione anti-establishment sceso in campo nelle presidenziali, avversato in egual misura dai Democrats e dal Gop, il Grand Old Party repubblicano. A scegliere Hillary Clinton sono stati quanti volevano fermare Trump più di quelli convinti dalla sua proposta elettorale. A neutralizzare i Millennials sono stati loro stessi, non schierandosi con uno dei due settantenni giunti alla sfida finale ma precipitandosi poi a contestare il neoeletto. La fiera delle contraddizioni. La nuova mappa geopolitica americana non promette nulla di buono se non per gli gnomi delle borse che già si sono riorganizzati in modo da non perdere quattrini. Difficilmente Trump potrà dare nuovi posti di lavoro alla masse impoverite di Michigan, Wisconsin e Ohio, che chiedono di tornare a scavare, costruire, assemblare, montare: nessuno più scava, costruisce etc. Si allargherà il canyon tra le aree a vocazione innovativa e globale come Silicon Valley e Seattle, che poco si occupano di chi governa a Washington, e le regioni a monocultura industriale o agricola che dipendono dalle scelte economico-politiche centrali. Lo smantellamento della riforma sanitaria di Obama accentuerà il solco tra i ricchi e gli indigenti. Le minoranze etniche, che hanno disertato le urne, saranno sempre più confinate nei loro ghetti, con il rischio che le rivolte dopo nuovi incidenti con le polizie non trovino la mediazione del presidente. Finite l'era di Obama e la breve stagione di Sanders, il candidato socialista sconfitto alle primarie, i giovani non hanno positivi punti di riferimento di spessore nazionale. Le organizzazioni come MoveOn, che dal 2008 hanno pattugliato le praterie della Rete per conto dei leader progressisti indaffarati nelle trame di Washington, sono in palese crisi d'identità. L'informazione indipendente che ha senza eccezioni avversato Trump potrebbe trovarsi a difendersi dagli attacchi provenienti dalla nuova amministrazione. I tradizionali alleati degli Stati Uniti come l'Europa occidentale e Israele saranno più esposti nel caso di crisi regionali se il presidente-tycoon confermerà la propria volontà di interessarsi soprattutto di questioni interne. Tuttavia, non è in immediato pericolo la democrazia americana che almeno da un secolo ha ispirato l'Occidente e non solo. È solida e conta su un'opinione pubblica consapevole e matura. Bisogna resistere, 4 anni passano in fretta.