Cadde dal tetto, dovrà essere risarcito
Sono accusati di aver distribuito ad altre persone o assunto pastiglie di anfetamine e anabolizzanti, ma anche farmaci che avevano il compito di mascherare gli stimolanti: 11 persone, di cui 7 ciclisti amatoriali sono comparsi ieri davanti al gup di Pavia Carlo Pasta. Ma l'udienza è stata rinviata per consentire una modifica del capo di imputazione, una questione posta da uno dei difensori, l'avvocato Daniele Cei. Sarà necessario stabilire se contestare la normativa legata all'uso e allo spacciodi stupefacenti o piuttosto - come ritiene la difesa - quella relativa al doping. Entrambe non possono coesistere. Per la Procura gli indagati avrebbero creato un canale di approvvigionamento di sostanze dopanti dalla Romania e di distribuzione delle sostanze tra i ciclisti. Il giro di farmaci per aumentare le prestazioni avrebbe riguardato le zone di Broni, Stradella, Santa Maria della Versa, Montescano, Santa Giuletta, Pavia. L'unico indagato finito agli arresti domiciliari è Andrea Giuseppe Achilli, un imprenditore di 42 anni che abita a Santa Maria della Versa (difeso dall'avvocato Cei). Gli altri indagati sono: Claudio Finardi di Santa Giuletta (difeso dall'avvocato Contardi), Luigi e Carlo Cecchi, piacentini (difesi dall'avvocato Possidoni). Sceglieranno riti alternativi: Leonte Gurau, di Rovescala, il fratello Gavril Gurau, di Montescano, Carlo Garbagnoli di Montescano, Dante Bosia di Pieve Fissiraga, Alberto Riboni di Bressana, Andrea Bonandi di Lungavilla, Antonio Canzoneri di Busseto, (m.g.p.)di Maria Grazia Piccaluga wCORVINO SAN QUIRICO Il tetto sul quale era salito insieme ad altri operai aveva ceduto sotto i suoi piedi. Attraverso uno squarcio aperto tra le logore lastre di amianto di un capannone, a Corvino San Quirico, era precipitato per una decina di metri. Ma Antonio Iacomino, 37 anni, non era stato soccorso e portato in ospedale. L'avevano invece trovato, ormai agonizzante, abbandonato in un'auto in sosta nei dintorni del pronto soccorso dell'ospedale di Voghera. Per quell'infortunio ieri mattina sono stati condannati Nino Nascimbene, 64 anni e la moglie Daniela Mutti, di 61 (difesi dall'avvocato Paolo Panucci), che abitano nell'edificio annesso al capannone in cui si è verificato l'infortunio e che per la Procura furono i committenti dei lavori. Il giudice Raffaella Filoni ha inflitto tre mesi a Daniela Mutti per lesioni personali colpose e omissione di soccorso, due mesi al marito Nino Nascimbene ritenuto responsabile solo delle lesioni. Il giudice ha anche disposto il risarcimento in sede civile stabilendo una provvisionale di 50mila euro alla parte civile. Una sentenza contro la quale il loro difensore ha già annunciato ricorso in appello. Antonio Iacomino, che era assistito dall'avvocato Giulia Repossi, non ha perso mai un'udienza. E ieri non ha nascosto la sua commozione per la sentenza che messo fine a lunghi anni di sofferenza, sia fisica sia morale. «Mai una telefonata per sapere delle mie condizioni, mai una visita in ospedale – aveva detto con amarezza in aula il giorno della sua deposizione –. Un cane sarebbe stato trattato meglio». Sono stati anni molto difficili per Iacomino che ora sopravvive a fatica con una pensione di invalidità di 280 euro al mese. E che sa bene che la provvisionale potrebbe trasformarsi un miraggio. Lui che non aveva mai fatto l'operaio quel giorno di ottobre 2011 aveva accettato di lavorare qualche ora in un cantiere per racimolare qualche soldo dopo la chiusura del negozio di abbigliamento sportivo che aveva gestito in via Balladore a Voghera. Aveva accettato la proposta di Antonio Dell'Olio che quel mattino l'aveva portato al cantiere. Si era portato i guanti da casa ma non gli era stata assegnata alcuna protezione anti-infortunistica. Non un casco, non scarpe antiscivolo. Dell'Olio, impresario edile , non era stato chiamato a rispondere di quell'infortunio. Ma ora il giudice pavese ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura per verificare sue eventuali responsabilità nell'accaduto. Una chiamata in causa per Dell'Olio era venuta anche dalla difesa degli imputati che non sono proprietari dell'immobile ma vivono nella casa attigua al capannone da cui Iacomino è precipitato. E non sarebbe mai stato chiarito se fossero stati loro o altri a commissionare i lavori.