«I nostri figli non sono scansafatiche»
VOGHERA Tra i familiari c'è chi si è sentito «offeso» dalle affermazioni dell'Associazione artigiani e delle agenzie interinali, che nei giorni scorsi hanno detto: «Solo un ragazzo su dieci ha spirito di sacrificio per il lavoro». Il riferimento era verso i giovani in generale, ma in particolare artigiani e agenzie hanno spiegato che le aziende del territorio faticano a trovare giovani operai che siano preparati e disponibili a lavorare su turni e nei festivi. Insomma, i protagonisti sono gli studenti dell'Ipsia. Ma la colpa, hanno spiegato artigiani e agenzie, non sarebbe tanto la loro, quanto piuttosto della scuola che non li forma abbastanza, di un mercato del lavoro precario e dunque demotivante, e delle famiglie che coccolano troppo i figli. I genitori però si ribellano. «Io - spiega Fabio Aquilini, padre di un ragazzo che frequenta l'ultimo anno dell'Ipsia - mi sono sentito offeso a sentire che sono i ragazzi stranieri a distinguersi perché "hanno fame" e perché le famiglie gli insegnano lo spirito di sacrificio. Anch'io trasmetto a mio figlio il dovere alla responsabilità e al lavoro. Le accuse ai genitori sono troppo pesanti». La madre di un altro studente difende anche la scuola: «Se gli istituti sono lontani dalle esigenze del mondo del lavoro - dice - è perché le risorse economiche sono sempre meno. Gli insegnanti fanno quello che possono». Anche Giampaolo Tambornini ha un figlio che tra poco finisce l'Ipsia: «È vero - sottolinea - che ci sono ragazzi il cui pensiero primario è andare in discoteca. Ma tanti altri si danno da fare per pagarsi i propri interessi e non pesare sulle famiglie. Mi pare esagerato dire che solo un giovane su 10 ha voglia di sacrificarsi. Basti pensare a tutti quelli che lavorano nei centri commerciali: fanno turni e festivi per mille euro al mese». Il figlio di Giuseppe Voddo ha abbandonato la scuola anni fa: «Voleva lavorare subito - spiega il padre - ma poi è rimasto disoccupato, come me. Per 30 anni ho fatto l'elettricista e dal 2015 sono senza lavoro, non ne trovo un altro. Allora il punto è questo: è il lavoro che manca. Le aziende non possono pretendere che i neodiplomati siano già specializzati». Daniele Ferro