Renzi: «Riforme, nessun passo indietro»

di Maria Berlinguer wROMA Silvio Berlusconi conferma la rottura del patto del Nazareno e avverte: ora Fi farà opposizione a 360 gradi. E il Pd, che alla prima levata di scudi del Cavaliere aveva reagito con sarcasmo alle minacce, tira dritto. Da Pontassieve dove è tornato per trascorrere la domenica in famiglia, Matteo Renzi detta la linea. «Noi andiamo avanti, vedremo se Berlusconi davvero strappa su riforme concordate non per fare un favore a me ma al Paese», dice ai suoi il premier. La linea è quella di non reagire alla nuova sparata del leader azzurro per non avvelenare il clima già surriscaldato. A rassicurare i democratici non è solo l'indubbia capacità di attrazione che il Pd a guida renziana sta avendo in Parlamento tra gli ex di varie formazioni, a partire da Scelta Civica e da Sel per passare agli ex grillini e fino al gruppo Grandi autonomie e libertà. Ma è soprattutto la consapevolezza che almeno su una riforma, la legge elettorale, Silvio Berlusconi non ha alcun interesse a rompere, se non vuole vedere stravolto l'impianto dell'Italicum che prevede i capolista bloccati, scelti dunque dai leader di partito. Come da sempre chiede la minoranza del Pd. Intervenuto telefonicamente a una manifestazione dell'ex Dc Gianfranco Rotondi, Berlusconi ricostruisce i motivi che hanno portato alla fine del sodalizio con Renzi sulle riforme. «Non ci sentiamo più», dice il Cavaliere accusando «qualcuno» di aver fatto saltare quello che definisce «lo spirito di condivisione» proprio quando si «doveva eleggere la più alta istituzione della Repubblica». Berlusconi non chiude del tutto la porta a una collaborazione, ribadisce che Fi voterà d'ora in poi tutte le riforme che riterrà positive per l'Italia, ma poi rilancia su tutte le norme dell'Italicum che non gli piacciono: dalla soglia del 40% per il premio di lista alla soglia di sbarramento abbassata al 3% come chiedeva Ncd. Tutte clausole che favoriscono il centrosinistra, assicura. La conversione a U dell'ex premier, scattata, come ammette lo stesso Berlusconi per la elezione di Sergio Mattarella, non placa le ire dei dissidenti interni di Forza Italia che ora con il fittiano Saverio Romano chiedono le dimissioni dei capigruppo Brunetta e Romani, responsabili di una linea che ha consegnato il partito "al ridicolo" nella aule parlamentari. «Ora passiamo dalle parole ai fatti, inutile piangere sul latte versato e dire io l'avevo detto», avverte Raffaele Fitto. La svolta berlusconiana rimette in moto la sinistra democratica che sulle riforme ha da sempre chiesto modifiche. Anche dopo la trionfale elezione di Mattarella al Quirinale che ha ricompattato tutto il partito. E che ora conta di poter rivedere, se davvero il soccorso di Forza Italia finirà, l'intero pacchetto. «Se il patto del Nazareno è saltato sarà meno problematico alla Camera trovare il modo di correggere la legge elettorale, un argomento che sta da sempre a cuore a Berlusconi e che noi abbiamo criticato è quello dei capolista: a questo punto se Renzi è coerente non farà fatica ad accettare una correzione», dice per esempio Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro. Per lui «la soluzione si può trovare facilmente abbassando il numero dei collegi e di conseguenza aumentando il numero dei parlamentari eletti per farli diventari maggioritari rispetto a quelli nominati». Tutte modifiche che, se la Camera dovesse approvare, comporterebbero il ritorno dell'Italicum al Senato dove la maggioranza ha numeri risicati. In attesa di capire come finirà la partita delle riforme intanto Matteo Renzi la prossima settimana comincerà un tour per l'Italia «per tornare a contatto con lavoratori e attività produttive». Prima tappa Melfi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA