Senza Titolo
di Vindice Lecis wROMA «Il patto del Nazareno rotto o congelato? Se così fosse confermato sarebbe una bella notizia: troppa grazia Sant'Antonio!». Miguel Gotor, storico di professione, vicino all'ex segretario Bersani, è il senatore del Pd che ha condotto la battaglia contro l'Italicum. Ora Renzi dovrà parlare con voi... «Nella nostra battaglia al Senato contro i capolista bloccati eravamo accusati da più parti di condurre Renzi nelle braccia di Berlusconi. I fatti invece hanno dimostrato esattamente il contrario: non solo si sono create le condizioni più agevoli per eleggere un presidente della Repubblica autonomo e autorevole partendo dal Partito democratico e dalla sua unità, ma addirittura che fosse possibile rompere il patto del Nazareno». L'elezione di Mattarella dimostra che quel Patto non era l'unica delle possibilità. «Senza dubbio ha subìto un'incrinatura, ma al tempo stesso non enfatizzerei troppo questo aspetto perché prevarranno sul medio periodo le esigenze di ricomposizione perché i contenuti del patto del Nazareno non sono solo politici, ma extrapolitici, di carattere giudiziario, finanziario ed economico riguardanti non solo Berlusconi, ma anche Verdini. Lo stesso comportamento di Forza Italia sulla legge elettorale, che ha scelto di votare l'Italicum alla vigilia dell'apertura delle urne presidenziale, non la considero un errore di valutazione o di ingenuità, ma la conferma che questi vincoli e condizionamenti hanno poco a che fare con la politica». Ora Renzi dispone di tre maggioranze variabili: quella testata per il Quirinale, quella per le riforme costituzionali con Berlusconi e quella di governo con Alfano. Non ritiene che si tratti di una situazione paradossale? «Sul nuovo presidente della Repubblica alla fine è confluita una larga maggioranza e questo è il principale successo di Renzi e del Pd perché non rende visibili, e dunque ancora più indispensabili e condizionanti al Senato, i voti di una quindicina di senatori "verdiniani" che hanno scelto di votare Mattarella. Dopo la decisione di Ncd di sostenerlo direi che le maggioranze sono sostanzialmente due e ciò non mi sembra fuori luogo: del resto è la costituzione a dirci che le riforme istituzionali devono essere fatte coinvolgendo anche le principali forze dell'opposizione. Spero che questo possa continuare. Se così non fosse, auspico che il Pd possa procedere lo stesso a maggioranza perché questa legislatura o è riformatrice o non è». A proposito di Riforme, mantenete per intero le vostre critiche? «Al di là delle caricature che ne fa la stampa, le nostre critiche sono sempre state costruttive e nel merito e dunque non c'è motivo di modificarle. Per quanto riguarda le riforme istituzionali, che sono una legge costituzionale e quindi richiedono il coinvolgimento dell'opposizione, riteniamo che il Titolo V sia ancora troppo rigido, con una distinzione tra competenze nazionali e competenze locali che rischia, nella concreta pratica amministrativa, di tradursi in una scarsa efficienza. Ci sembra anche opportuno inserire il sindacato preventivo di costituzionalità delle leggi elettorali, a partire dall'Italicum, per evitare in futuro pasticci come avvenuto con il Porcellum che la Corte ha ritenuto incostituzionale dopo ben tre tornate elettorali. Per quanto riguarda la legge elettorale, che è una legge ordinaria, l'Italicum ha aspetti positivi che sono la governabilità, garantita dal ballottaggio, e la rappresentatività, offerta da una soglia bassa di ingresso. Secondo noi il punto critico da correggere resta quello delle modalità di selezione dei parlamentari. Dopo dieci anni di Porcellum i deputati non possono essere ancora a maggioranza nominati dall'alto ed è irragionevole che le preferenze, inserite da Renzi e da Berlusconi in un secondo tagliando dell'Italicum, siano previste solo per il vincitore e con collegi di 600mila abitanti, quindi medio grandi. Spero sia possibile trovare una mediazione in cui la quota di nominati sia inferiore a quella scelta direttamente dal popolo». Da più parti il Pd viene descritto come un partito di impianto moderato, quasi democristiano. Condivide? «Il Pd è oggi il perno del sistema politico e governa con una larga maggioranza rispetto agli altri partiti della coalizione. Sono dati di fatto che dipendono dal risultato elettorale del 2013 che è stato sottovalutato nella sua effettiva portata sistemica. Se il Pd vuole restare un grande partito riformista e riformatore deve accettare al proprio interno una pluralità di posizioni e di orientamenti, dando aggettivi e direzione al cambiamento. Altrimenti rischia di diventare una sigla indifferenziata, di segno neo-centrista, che, mentre teorizza il cambiamento per il cambiamento alimenta in realtà il consociativismo e il trasformismo. Del resto la sindrome del Gattopardo è un'antico abito italiano che non è mai stato facile contrastare». Come giudica la vittoria di Tsipras a capo di una coalizione di sinistra in Grecia? «Guardo con favore al successo di Tsipras perché può aiutare a ridiscutere le politiche di austerità a livello europeo». E in Italia? Renzi è attrezzato per guidare la sinistra? «Non credo da solo. Per questo è importante un Pd largo e plurale che non venga meno ad alcuni principi di fondo. Tanto più che sento molto la responsabilità della coincidenza tra il destino dell'Italia e una proposta politica di qualità da parte del Pd che sia all'altezza delle difficoltà e delle sfide. Penso ad esempio alla norma del 3 per cento: al di là del favoreggiamento o meno ad personam che potrebbe o no riguardare Berlusconi, una frode resta una frode e inserire una percentuale e non una soglia fissa significa indirettamente incentivare le grandi evasioni. Il Pd deve continuare a essere il partito della legalità e parlare a quei milioni di italiani che rispettano la legge e che pagano le imposte». ©RIPRODUZIONE RISERVATA