«Quell'uomo non può stare in carcere»
di Maria Fiore wPAVIA Una storia di isolamento condiviso fino alla morte. Un amore malato. Laura Carla Lodola,segregata per anni nella casa di via Tasso, e il convivente Antonio Calandrini, ora in carcere, «sono vittime della stessa fobia sociale, dove la realtà, con i suoi fantasmi pericolosi, è qualcosa da cui difendersi, ma sono vittime anche dell'indifferenza degli altri». Lo psichiatra pavese Alfonso Ciotta ora è in pensione, ma di casi in cui ha dovuto muoversi nei labirinti della mente umana ne può raccontare molti. «Ma una storia del genere non ha precedenti, almeno nella mia esperienza – dice il medico –. Mi ha colpito molto, anche umanamente». Lei dice, quindi, che anche Calandrini è una vittima. Eppure è in carcere, in questo momento. «E lo ritengo inopportuno. Credo che privare una persona, in queste condizioni, della libertà non sia corretto. Quest'uomo andrebbe seguito da strutture e personale idonei, anche perché è molto difficile pensare che alla base di una ipotesi di reato così grave possa esserci un atteggiamento di tipo doloso. Piuttosto siamo di fronte a una disattenzione, nei confronti dell'altro, colpevole o malata». Lui ha detto al giudice di non essersi reso conto di ciò che stava succedendo. Come è possibile vedere una persona consumarsi, letteralmente, giorno dopo giorno e non accorgersi di niente? «Perché si perde il senso della realtà. E' chiaro che stiamo parlando di un disagio molto forte vissuto da quest'uomo. Lei non voleva farsi curare da nessuno, lui l'ha assecondata con un atteggiamento remissivo. C'è stata una mancata percezione del progressivo decadimento dell'altra persona». Dai racconti di chi li ha conosciuti, i due conviventi erano molti uniti. Ma che amore è un amore che non si prende cura dell'altro? «Nei rapporti simbiotici si può scegliere perfino di morire insieme, come nei suicidi di coppia. In questa vicenda entrambi sono stati abbandonati a se stessi. Perché, piuttosto, i familiari e i vicini non sono intervenuti»? Pare che entrambi rifiutassero ogni aiuto. Come si fa in questi casi? «Il vicino avrebbe potuto segnalare la questione ai servizi psico-sociali, che sono tenuti a intervenire. Se nessuno segnala un disagio, allora vince l'indifferenza».