di Nicola Artoni L'eroe del fango vola su un cavallo d'acciaio nero e arancio da domare su salti, buche e cunette di tutto il mondo. Mostra un numero, il 222, che fa paura a tutti. È quello che fin dall'inizio della sua straordinaria avventura lo accompagna sul cupolino. La sua visiera è quasi sempre pulita perché lui il più delle volte ha pista libera davanti a sé, e sono gli avversari a doverlo inseguire e a ricevere addosso il fango e la polvere alzati dalle ruote della sua Ktm. Si può ragionevolmente dire, senza timore di smentita, che Antonio Cairoli, Tony per tutti, oggi è il motocross. Lui è il Valentino Rossi con le moto da sterrato, ha un titolo in meno nel palmares (otto contro nove) ma come il Dottore di Tavullia insegue il decimo sigillo. Quest'anno proverà a confermarsi ma con un ostacolo in più, quello rappresentato da un campione venuto dall'altra parte dell'Oceano, lo statunitense Ryan Villopoto, nove titoli americani come credenziali. Sarà bello seguire i loro scontri. Cairoli sa che sarà più difficile ma non trema, anzitutto questo è uno stimolo. Del resto da anni è l'uomo di punta di una disciplina, quella delle ruote tassellate, che grazie alle sue gesta è sempre più popolare. È il campione del mondo nella categoria MxGp da sei anni a questa parte (in più si contano anche due titoli in Mx2, nel 2005 e nel 2007). Chi è stato così fortunato da poter vivere da vicino l'era Cairoli potrà in futuro raccontare di un ragazzo nato a Patti, cittadina da meno di 15.000 anime a poca distanza da Messina, il 23 settembre del 1985, che ha radicalmente rivoluzionato questo sport, secondo finora, in quanto a titoli mondiali vinti, soltanto alla leggenda Stefan Everts. Il belga si è laureato campione dieci volte, Tony è a quota otto ma non ha intenzione di fermarsi qui. Come sta andando la preparazione? «Finora sta andando tutto molto bene, anche se quest'anno abbiamo anticipato il debutto. C'è stata meno pausa durante l'inverno e abbiamo iniziato a lavorare prima rispetto al solito. Ma siamo pronti, le sensazioni sono più che buone». Il suo obiettivo naturalmente è la conquista del nono Mondiale. Quali sono gli avversari più pericolosi? «Gli avversari saranno quelli dello scorso anno, tutti ottimi piloti e da tenere d'occhio, perché capaci di metterti sempre in difficoltà. Quest'anno però ci sarà anche l'americano Ryan Villopoto, che ha vinto nove titoli statunitensi, correrà in MxGp con la Kawasaki e sarà avversario tosto». Un bell'ostacolo sulla strada verso il record di Mondiali vinti, detenuto da Everts. «Sì, il mio prossimo obiettivo è raggiungere Everts, poi spero anche di riuscire a batterlo. Lui è a quota dieci titoli, io per ora sono a otto, lavoro per questo ogni giorno con impegno e sudore». Un sondaggio su Sportmediaset lo ha eletto sportivo più amato del 2014. La Stampa l'ha eletto sportivo dell'anno, e Moto.it l'ha nominato pilota dell'anno, con più del doppio dei voti di Marc Marquez. Che effetto fa tutta questa popolarità che va oltre il mondo del motocross? «Sono onorato di tutte queste manifestazioni di affetto. Mi fa piacere anche per il mondo del motocross in generale. Grazie a questi riconoscimenti sto portando la mia disciplina a un livello di popolarità davvero alto, ma non è niente di più di quanto si meriti questo stupendo sport. Ben venga se c'è più attenzione su di noi, ce la gustiamo tutta». Spesso la definiscono il Valentino Rossi del motocross. Le piace il paragone o preferirebbe che fosse Rossi a essere definito il Cairoli della MotoGp? «Tra noi c'è amicizia e rispetto, e non certo rivalità. Vale ha iniziato molto prima di me ad avere successo ed è giusto dunque che siano gli altri a essere paragonati a lui, per quello che ha fatto e che ancora di sicuro farà. L'accostamento non mi dà fastidio, anzi è un onore». Tra tutte le sue vittorie ce n'è qualcuna che ricorda con particolare piacere? «La prima per me è stata la più importante. Quando ho vinto il primo Mondiale ho capito di aver realizzato il sogno che inseguivo fin da bambino, e per questo quel momento per me è incancellabile dalla mente. Tutto il lavoro e i sacrifici fatti spariscono in un istante e c'è spazio solo per la gioia e le lacrime». In carriera ha collezionato fin qui 169 Gran premi, ne ha vinti 72 e per 117 volte è arrivato sul podio. Ha mai voluto provare altre discipline oltre al motocross? «Direi di no. Tra me e questo mondo è scoppiato fin da quando ero bambino un amore che non esiterei a definire incondizionato, e non mi sono mai pentito di questa scelta». Segue rituali particolari prima delle sue gare? «La scaramanzia non fa parte di me, per cui non ho gesti o riti che ripeto ogni volta prima delle gare. Mi basta riposare e concentrarmi al meglio su ciò che sto per andare a fare. Mi è sufficiente questo per salire in sella alla mia moto, arrivare al cancelletto di partenza carico e determinato per dare il meglio». Tra molti anni, quando avrà concluso la sua straordinaria carriera, come le piacerebbe essere ricordato? «Come un esempio per i giovani. Avere un modello, qualcuno da seguire, è fondamentale, ed è servito tanto anche a me quand'ero piccolo e facevo capolino per la prima volta in questo mondo. Mi piacerebbe essere un esempio sia in pista, per i tanti giovani che vorranno provare a cimentarsi nel motocross, sia fuori, perché il buon esempio bisogna darlo in ogni cosa che si fa». ©RIPRODUZIONE RISERVATA