l'opinione
(segue dalla prima pagina) La ricomposizione, come per magia (o come se nulla fosse...), di un arcipelago in verità assai diviso tanto da questioni di linea politica che da rivalità e personalismi. Il trionfalismo non si giustifica quindi granché; e le difficoltà di dare vita non tanto a un soggetto comune quanto persino a un più serrato coordinamento d'azione tra Sel, minoranze dem, singole personalità e formazioni comuniste e radicaleggianti sono state plasticamente restituite dalla kermesse milanese di "Human Factor" (nomen omen...) voluta da Nichi Vendola, la quale, dal punto di vista del salto in avanti organizzativo, si è risolta in una lista di distinguo e titubanze. Tanti sono infatti i problemi che permangono; se ne possono qui enumerare alcuni (oltre all'esigenza stringente di trovare il "papa italiano", che secondo alcuni potrebbe essere, dopo il gran rifiuto di restare nel partito di cui è stato fondatore, Sergio Cofferati, ma anche su questo non c'è accordo). Il primo tema è quello del modello di partito: una formazione di sinistra rossa ha bisogno di insediamento territoriale e di porta a porta, ma una certa tipologia di organizzazione si rivela difficilmente conciliabile con questi nostri tempi liquidi (dalla crisi del volontariato politico all'estrema fatica di fare partecipare le persone alla vecchia vita di sezione e alle assemblee, fino alla volatilità del web). Il secondo riguarda la problematica delle alleanze: una forza di sinistra radicale non può comunque non allearsi con il Pd, pena il venire confinata a una scarsa rilevanza; e questo significa che gli ex Ds, comunque sia, non fuoriusciranno. Il terzo concerne la conciliabilità tra posizioni politico-ideologiche differenti (e il gran numero di aspirazioni individuali a un ruolo guida nella futura compagine). E il quarto attiene alla capacità reale, tutt'altro che scontata, di recuperare il proprio (ex) elettorato che ha votato per il Movimento 5 Stelle e risulta quindi maggiormente portato verso la disillusione e (almeno in via potenziale) l'opzione astensionistica (come ha mostrato il caso, ancora bruciante, delle consultazioni regionali in Emilia Romagna). Il primo e più immediato banco di prova di un'autentica intesa tra le frazioni di sinistra sarebbe allora proprio la ravvicinatissima elezione del capo dello Stato, riguardo cui non è dato al momento scorgere (di nuovo...) i segni di una strategia unitaria. Mentre si tratterebbe dell'occasione ideale per delle prove generali di unità (quanto meno d'intenti) e di saldatura tra le anime dell'ipotetico rassemblement goscista. Perché raramente l'elenco dei quirinabili e presidenziabili è stato tanto nutrito come nell'appuntamento in arrivo, indizio della forte incertezza che regna e, dunque, della possibilità di incidere nei giochi (e di infliggere qualche colpo al detestato "patto del Nazareno"). E perché Matteo Renzi si gioca davvero molto in questo passaggio: dalla propria forza come kingmaker e primattore del sistema politico al suo (malcelato) desiderio di una figura che non gli faccia ombra (né da contraltare-competitor); e lo ha evidenziato in maniera incontrovertibile enunciando ieri il suo "metodo", che prevede scheda bianca nelle prime tre votazioni. E, dunque, dal momento che una delle issues (improprie, ma palesi) implicate dall'elezione per il Colle coincide precisamente con il ridimensionamento o il rilancio della cavalcata del premier (e con una nuova esplorazione intorno alla fattibilità concreta del disegno del "partito della Nazione"), quale opportunità migliore per i suoi avversari di sinistra di inserirsi nelle prime tre chiame con un nome condiviso in grado di metterlo in difficoltà? La scelta di puntare al nominativo secco (tenuto rigorosamente coperto) mostra che il premier-segretario Pd, da incallito pokerista politico qual è, punta, una volta di più, a giocarsi il tutto per tutto (contando, presumibilmente, innanzitutto sulla tenuta dell'accordo con Silvio Berlusconi). E se i radical nostrani non riescono a farsi percepire in maniera coesa neppure questa volta la praticabilità di una Syriza o di un Podemos italici appare decisamente ridotta.