Italicum blindato, stop alle modifiche

di Gabriele Rizzardi wROMA A lunghi passi verso l'approvazione dell'Italicum, che blinda il patto del Nazareno, spacca la maggioranza, offre a Silvio Berlusconi una insolita "golden share" sulla vita del governo e manda su tutte le furie Pier Luigi Bersani, che partecipa ad una infuocata assemblea delle minoranze Pd a Montecitorio e arriva ad evocare il fantasma della scissione. Tutto avviene nel giorno in cui al Senato comincia la votazione degli emendamenti della nuova legge elettorale. In un clima da resa dei conti, l'aula di palazzo Madama dà il via libera alla proposta di modifica presentata dal senatore Pd, Stefano Esposito. È il cosiddetto "super canguro", un emendamento che di fatto taglia tutte le altre proposte di modifica contrarie, spiana la strada all'Italicum e spazza via in un colpo solo ben 35 mila proposte di modifica sulle 47 mila presentate in gran parte dalla Lega. In Aula, il segnale di tenuta della maggioranza arriva con la bocciatura degli emendamenti presentati dal senatore Pd dissidente Miguel Gotor. L'esponente dell'area che fa capo a Bersani presenta le sue modifiche contro i capilista bloccati. Ma l'Aula boccia con 170 no l'emendamento che puntava a modificare la proporzione tra nominati ed eletti con il sistema delle preferenze. I no sono stati 170, i sì 116, 5 le astensioni. A non avere grande fortuna è stato anche il secondo emendamento presentatoda Gotor sempre sulle preferenze: 168 no, 108 sì, 3 astenuti. A quel punto, tolto dal campo il principale ostacolo all'impianto voluto da Renzi, per l'Italicum si sono spalancate le porte dell'approvazione e l'Aula di palazzo Madama ha dato via libera all'emendamento Esposito che ha blindato il patto del Nazareno con 175 sì, 110 no e due astenuti. I senatori del Pd che hanno votato contro sono stati 22, tra cui Gotor, il viceministro all'Interno, Filippo Bubbico, Corradino Mineo e Massimo Mucchetti. In sei, all'interno del gruppo Dem, invece non hanno partecipato alla votazione. Il risultato ha reso ancora più profondo il solco che separa Renzi dai dissidenti interni del Pd ma ha dato al presidente del consiglio motivo di credere che ormai nulla lo può fermare. «Sull'Italicum non si molla di un centimetro» taglia corto il premier che, incassato il risultato ottenuto anche grazie ai voti di una larga fetta di Forza Italia, rivendica il merito di aver «ridato ai cittadini la possibilità di scegliere» e si rivolge alla minoranza del Pd per spiegare che le loro battaglie non porteranno il risultato sperato. «Prendo atto che su questo voto una parte del mio partito ha deciso di muoversi in autonomia, in una posizione che non condivido e che credo non condividano neppure i militanti della Festa dell'Unità . Questo però è in influente ai fini del risultato finale» mette in chiaro il premier a Davos. Il primo effetto del voto sull'Italicum sono i segnali di guerra che arrivano dal fronte dei dissidenti Pd. L'ex segretario, Pier Luigi Bersani, riunisce 140 deputati e senatori della minoranza e insorge contro le frasi sprezzanti rivolte dal senatore Esposito (che poi si scusa) alla fronda interna. «Dare del parassita a Corsini, Gotor, Mucchetti, è pericoloso. È gente per bene che non chiede niente e va trattata con rispetto. Se viene meno il rispetto è finita» avverte Bersani, che arriva a paventare il rischi di una frattura insanabile. «Renzi lo sa benissimo: c'era una possibile mediazione sull'Italicum e loro non hanno voluto mediare. Ora spetta a lui dire se si può partire dall'Unità del Pd...» scandisce l'ex segretario, che a Montecitorio partecipa all'assemblea dei dissidenti che rapidamente si trasforma in uno "sfogatoio" contro la linea imposta da Renzi. Davide Zoggia parla di una «provocazione istituzionale» mentre per Giani Cuperlo cisi trova davanti a «una mutazione genetica del partito». Bersani, che si dice «molto amareggiato» dalla «forzatura» sulla legge elettorale», ricorda a Renzi che ora si apre la partita sul Quirinale: «E la situazione è mossa, molto mossa». Il nervosismo, insomma, non accenna a diminuire. Basti pensare che ieri 50 deputati delle minoranze Pd hanno lasciato l'aula della Camera e non hanno votato l'emendamento (al ddl riforme) di Ettore Rosato che ha ripristinato i cinque senatori a vita nominati dal presuidente della Repubblica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA