India, Tomaso ed Elisabetta tornano liberi
NEW DELHI L'incubo indiano di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni è finito. Con meno di 20 parole recitate in fretta e con voce sommessa dalla giudice della Corte Suprema indiana, Banumathi, la prospettiva di una detenzione a vita in un carcere di Varanasi si è trasformata in libertà. C'era grande attesa per l'esito del ricorso fortemente voluto dai familiari dei due detenuti, consapevoli che si trattava dell'ultimo strumento a disposizione prima di gettare la spugna in una battaglia durata cinque lunghi anni. Il magistrato ha letto una brevissima comunicazione riferita al caso Bruno e Boncompagni: «La sentenza dell'Alta Corte (di Allahabad) è messa da parte. Gli autori dell'appello siano subito rimessi in libertà». Erano passate da poco le 6 in Italia quando Marina Maurizio, madre di Tomaso, ha ricevuto la telefonata dell'ambasciatore d'Italia in India, Daniele Mancini che le annunciava l'accoglimento del ricorso e l'inizio immediato delle pratiche di scarcerazione. «Che cos'è, uno scherzo?» sono state le parole di Tomaso quanto il direttore del carcere gli ha comunicato la notizia. La storia dei due ragazzi -in questi anni legata filo doppio a quella dei marò - inizia il 3 febbraio 2010, quando nella stanza di una guest-house di Varanasi, Francesco Montis - il loro compagno di viaggio - mostra gravi segni di malessere e arriva morto in ospedale. Intervenuta nella vicenda, la polizia indiana arrestava i due italiani, incriminandoli di omicidio ipotizzando uno «scenario passionale» e uno strangolamento, a seguito dei risultati di un'autopsia lacunosa realizzata da un medico oculista. «Non dovevano farli uscire - ha commentato Rita Concas, madre di Francesco -. È come se avessero ucciso di nuovo mio figlio».