IL GIORNO DELLA MEMORIA
di Roberto Lodigiani wVIGEVANO Il 17 gennaio 1945 moriva nel lager di Hersbruck, in Baviera, Teresio Olivelli, lomellino originario di Zeme, intellettuale, giornalista, eroe della Resistenza, assassinato da una guardia mentre difendeva un deportato ucraino. Dieci giorni più tardi, il 27, l'Armata Rossa sovietica entrava ad Auschwitz, rivelando al mondo gli orrori dei campi di sterminio nazisti e quella data è assurta a simbolo del genocidio del popolo ebraico: il «Giorno della memoria» dedicato a tutte le vittime della deportazione e di coloro che protessero i perseguitati anche a rischio della propria vita. Olivelli è lui stesso un simbolo: un deportato che compì l'estremo sacrificio per tentare di proteggere un compagno di sventura. La chiesa cattolica ne ha fatto un martire in odore di beatificazione; per la storia, la vicenda di quest'uomo è paradigmatica della scelta che spinse tanti altri giovani a voltare le spalle al regime nel quale erano cresciuti e che li aveva educati, per combatterlo nel nome della libertà e della democrazia. Teresio Olivelli nasce a Bellagio, sul lago di Como, il 7 gennaio 1916 da una famiglia agiata proveniente da Zeme, dove fa ritorno pochi anni più tardi. Frequenta il ginnasio a Mortara e il liceo a Vigevano; dopo il diploma si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Pavia. Allievo del collegio Ghislieri, Olivelli è uno studente brillante. Si laurea nel 1938. Molto legato allo zio arciprete Rocco Invernizzi, partecipa all'attività di organizzazioni cattoliche come l'Azione cattolica e la Fuci, la Federazione degli universitari cattolici; sarebbe stato proprio Invernizzi a convincere il nipote a non partire volontario per la guerra di Spagna, che vede Mussolini appoggiare con truppe e armamenti l'esercito anti-repubblicano di Franco. Olivelli, forse un po' ingenuamente, crede nel fascismo come milioni di altri giovani allevati a moschetto ed esercitazioni paramilitari del sabato. Ma non è, ovvio, un fanatico, nè un ottuso. Presto aprirà gli occhi. Nel frattempo, si fa le ossa nei Guf, i Gruppi universitari fascisti, architrave del partito negli atenei (di cui avrebbero fatto parte personaggi non sospettabili di filofascismo nel dopoguerra, da Bocca a Scalfari allo stesso Giorgio Napolitano). I Guf dovrebbero "fascistizzare" gli studenti, ma si trasformano spesso in palestre di esercizio antifascista, più o meno tollerate (e protette da ministri "frondisti" come Bottai). Olivelli collabora alla rivista gufina "Il Lambello", interviene a convegni, visita Berlino, Praga e Vienna appena occupate dalla Wehrmacht nei fatali 1938 e 1939. Assume incarichi nel Pnf, a inizio 1941 torna in Germania e poco dopo si arruola volontario per il fronte. Stavolta neppure don Invernizzi può fermarlo. Olivelli ha 25 anni. Tenente degli alpini, viene inquadrato nel 13° reggimento di artiglieria della divisione Julia e nell'estate del '42 parte con l'Armir per la Russia. Lo scontro feroce, inumano nella steppa gli fa comprendere la vera natura del fascismo, che scaraventa i suoi soldati a combattere senza armi, nè equipaggiamenti adeguati. Sopravvissuto alla disfatta di Stalingrado e alla disastrosa ritirata di fine '42, viene sorpreso dall'armistizio dell'8 settembre 1943 a Vipiteno, in Alto Adige, con il 2° reggimento di artiglieria. Già il 9 è fatto prigioniero dai tedeschi e inviato al carcere di Innsbruck. Tenta otto volte di fuggire e alla fine ci riesce evadendo da Markt Pongau. Raggiunge Udine, poi Brescia dove si unisce alle brigate Fiamme Verdi, formazioni partigiane di ispirazione cattolica. Crea con Claudio Sartori e Carlo Bianchi il giornale "Il Ribelle". Il 27 aprile 1944 è arrestato con Bianchi in piazza San Babila a Milano, tradotto a San Vittore e torturato; addosso gli vengono trovati dei documenti compromettenti e altro materiale propagandistico viene sequestrato durante la perquisizione nella tipografia di via Vitruvio. Condannato insieme a Bianchi alla fucilazione nel campo di Fossoli, Olivelli si nasconde e scampa al plotone di esecuzione. Lo scoprono dopo alcune settimane: il carro piombato lo porta a Bolzano, quindi a Flossenburg e infine a Hersbruck dove si compie il suo martirio. (ha collab. A. Colli Franzone) ©RIPRODUZIONE RISERVATA