l'intervento
La manifestazione per la libertà d'espressione di Parigi, e le altre in giro per l'Europa hanno segnato per alcuni il battesimo del popolo europeo. Lo stesso fu detto in occasione delle manifestazioni contro la seconda guerra in Iraq, quando l'80% degli europei si mostrarono contrari, anche nei Paesi i cui governi si schierarono con Bush. Purtroppo, non è detto che sia così. Nelle elites culturali europee i fatti di Parigi sono suonati come un campanello d'allarme, e la riflessione non può che spingere alla necessità di un'Europa veramente unita anche politicamente per far fronte alle molteplici sfide politiche, della sicurezza, economiche, culturali di fronte alle quali sta soccombendo. Ne sono testimonianza in Italia gli editoriali di Eugenio Scalfari, Roberto Napoletano e molti altri sui maggiori quotidiani. Certo, anche gli Stati Uniti d'Europa non potranno garantire una completa sicurezza, così come gli Stati Uniti d'America non hanno impedito l'11 settembre, o che periodicamente qualcuno fuori di senno ma dotato di armi da fuoco entri in una scuola o in un supermercato e compia una strage. Una federazione europea avrebbe un sistema di sicurezza interno più efficiente, affronterebbe meglio le sfide esterne, promuoverebbe la pacificazione delle aree limitrofe, riducendo le spinte migratorie e le tensioni che costituiscono il terreno di reclutamento per le organizzazioni terroriste, rilancerebbe l'economia e sarebbe una società di minoranze, quindi tendenzialmente più inclusiva. Potrebbe incarnare e difendere meglio i valori di tolleranza, libertà, diritti umani che abbiamo faticosamente imparato nel corso dei secoli. Ne abbiamo assoluto bisogno per affrontare i nostri problemi, ma anch'essa non è una panacea oppure una bacchetta magica. Ancor meno lo sono le ricette populiste, xenofobe, nazionaliste come la chiusura delle frontiere, la rinegoziazione di Schengen e la riduzione della libertà di circolazione dei cittadini europei, l'uscita dalla moneta unica e il ritorno alle piccole patrie. Sono scorciatoie verso la miseria, l'irrilevanza, e la negazione dei valori della civiltà europea moderna. Non si può inneggiare alla libertà d'espressione negando quella di culto, cioè la costruzione di moschee in città in cui esistono persone di religione islamica. Eppure il rischio di scivolare in questa china esiste, come mostrano le dichiarazioni di Salvini, Le Pen e altri. Ma ancora più pericolosi sono i richiami alla nazione francese, alla sua missione civilizzatrice e ad altri elementi tipici del nazionalismo francese di molte componenti di quelle manifestazioni. Perché il destino della civiltà europea moderna è quello dell'Unione europea. Se l'Ue si rafforzerà creando una vera democrazia federale europea con strumenti di governo in grado di garantire sviluppo, sicurezza e solidarietà, andremo verso una grande società plurale e pluralista, tollerante, aperta: l'Europa cosmopolita di Beck, prosecutrice della civiltà europea moderna e ponte verso una società globale aperta e dei diritti. Un'Europa divisa potrà invece vedere la vittoria delle forze della chiusura, il riemergere del nazionalismo populista, xenofobo, incapace di proporre soluzioni ma rapido nel trovare capri espiatori e nel perseguire lo scontro con tutti i tipi di "diversi". La civiltà europea è di fronte ad un bivio culturale: essere coerente con i propri valori e aprirsi all'unità nella diversità dell'Europa, divenendo un modello per il mondo; o richiudersi nel nazionalismo, nelle identità esclusive, e infine tradire i propri valori. La grande mobilitazione di queste manifestazioni testimonia che esistono ancora risorse morali e un attaccamento a certi valori che possono permetterci di vincere questa sfida, imboccando la strada dell'unità. Ma non vi è nulla di certo, e la scelta dipenderà dai comportamenti individuali e collettivi di ciascuno di noi nella propria quotidianità, nelle proprie scelte culturali, identitarie, sociali e politiche. ©RIPRODUZIONE RISERVATA