Renzi chiude semestre Ue «Presa la direzione giusta»

STRASBURGO In sei mesi in Europa c'è stato un «cambiamento profondo nella direzione», ora servono i fatti, altrimenti l'Ue «diventerà il fanalino di coda del mondo». Rivendica con forza il «cambiamento di verso» delle istituzioni europee durante la sua presidenza, il premier Matteo Renzi che, chiudendo il semestre a guida italiana a Strasburgo, rende omaggio al capo dello Stato, «europeista convinto e guida in questi sei mesi, che in queste ore lascerà l'incarico». E ottiene un lungo applauso dedicato a Giorgio Napolitano. Ma avverte anche che la sterzata sui temi della crescita e della flessibilità, giunta in grave ritardo, è e deve essere solo l'inizio. «Se quello che si è fatto in sei mesi per flessibilità e investimenti si fosse fatto nei sei anni precedenti - dice il premier - l'Europa non sarebbe vicina alla deflazione». Che invece è lì a due passi e per scongiurarla servono decisioni concrete. Un primo intervento arriva con il documento europeo che aggancia la flessibilità alle riforme, presentato nelle stesse ore in cui Renzi interviene a Strasburgo. Ma serve di più. A partire dal superamento di «incongruenze pazzesche», come il fatto che non si possa scorporare dal patto il cofinanziamento dei fondi europei, torna a ripetere il premier. Perché, Renzi ne è convinto, senza un cambiamento forte sul piano economico l'Europa rischia di rimanere fuori dalla storia e lasciare pericolosamente spazio alla «demagogia imbarazzante della paura». Paura del terrorismo, che porta a chiudersi e «rannicchiare i nostri valori in una fortezza»; paura del futuro, dalla quale nasce il «paradosso» per cui cresce il risparmio privato degli italiani; paura degli altri, senza rendersi conto che «il contrario di integrazione è disintegrazione, rottura, distruzione». In poche parole, abbrutimento. E per questo Renzi cita l'Ulisse di Dante che, per convincere i suoi compagni a superare l'estrema barriera - le Colonne d'Ercole - pronuncia la famosa frase «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza». In un intervento scandito tirando (quasi) sempre dritto di fronte alle continue interruzioni giunte dai banchi degli euroscettici e in un'aula con molti scranni vuoti, (come gli rinfaccia più volte Salvini), il premier indica i risultati raggiunti, dal passaggio da Mare Nostrum a Triton all'accordo sul clima e l'energia. E non nega quelle che senza giri di parole definisce le «sconfitte», come il nulla di fatto sul Made In. «È incomprensibile - commenta - la resistenza che alcuni paesi stanno facendo». Ma la sensazione è che il dibattito sia un po' troppo domestico, o meglio che lo siano le polemiche.