Napolitano: domani le dimissioni
di Maria Berlinguer wROMA Questa mattina saluterà i corazzieri e il personale del Quirinale, poi scriverà la breve lettera che domani farà consegnare ai presidenti delle Camere per annunciargli le dimissioni. È tutto pronto per l'addio di Giorgio Napolitano al Colle dopo quasi nove anni. L'ora X sarà quella prevista, il 14 gennaio, 24 ore dopo la chiusura del semestre a guida italiana della Ue. Lo ha confermato lo stesso capo dello Stato ieri a Matteo Renzi, salito al Colle ufficialmente per riferigli della imponente manifestazione di Parigi e per renderlo partecipe del bilancio del semestre italiano di presidenza che sarà oggi al centro del discorso del premier italiano a Strasburgo. Fonti autorevoli raccontano di un ultimo discreto tentativo da parte di Renzi di convincere Napolitano a posticipare di qualche giorno le sue dimissioni, per favorire l'approvazione al Senato della legge elettorale in dirittura di arrivo come precedentemente aveva spiegato allo stesso Napolitano il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi. Ma l'anziano capo dello Stato è stato irremovibile. L'ora delle «imminenti dimissioni» che aveva annunciato a dicembre dovute solo a «motivi personali» non può essere posticipata, neanche per aspettare quelle riforme dal Colle sempre sollecitate. Solo la lettera di dimissioni, una volta firmata, sarà la conferma ufficiale della fine del novennato. Verrà portata alla Camera alla presidente Laura Boldrini, che convocherà il Parlamento in seduta comune 15 giorni dopo, presumibilmente il 29 gennaio e poi al Senato. Il presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso dovrà a quel punto insediarsi a palazzo Giustinani ed esercitare da lì il ruolo di supplente del presidente della Repubblica, carica che ricoprirà fino alla elezione del successore di Napolitano. Il che potrebbe accadere il 1 febbraio, quando il quorum per la elezione del capo dello Stato scende a 505. Al momento infatti l'ipotesi di ripetere il miracolo di un Presidente eletto con il consenso di tutte le forze politiche, come accaduto con Carlo Azeglio Ciampi e prima con Francesco Cossiga, appare irripetibile. Venerdì Matteo Renzi riunirà la direzione Pd per cercare un accordo con la parte più dialogante della minoranza del partito e con Pier Luigi Bersani. Il segretario premier farà un appello all'unità del partito. Sui nomi però Renzi continua a mantenere il riserbo più stretto. L'obiettivo dichiarato resta quello di trovare l'intesa con il maggior numero di forze politiche, a partire da Forza Italia, coinvolta con il patto del Nazareno. Il M5S lascia intendere che se si troverà un nome «fuori dal pantano» potrebbero far convergere i voti. Ma è soprattutto sui 26 grillini espulsi che punta il premier. Ma i giochi sono appena cominciati e Renzi dovrà tenere conto anche degli umori del centinaio di parlamentari centristi pronti a mettersi di traverso se, come nel caso del Ncd di Alfano, dovessero trovarsi di fronte a un candidato frutto solo dell'accordo tra Renzi e Berlusconi. Intanto Franco Marini, il cui nome è tornato in ballo nel toto Quirinale, ribadisce che la sua corsa è finita nel 2013. ©RIPRODUZIONE RISERVATA