l'analisi
L'attacco terroristico a Charlie Hebdo, con il massacro dei giornalisti della redazione e dei poliziotti di sorveglianza, è un attacco alla libertà. Libertà nel suo pieno significato, al di là di quella pur rilevante di stampa e di satira. Quella libertà che gli islamisti radicali aborriscono in nome di un'ideologia totalizzante. Naturalmente è anche un attacco alla Francia, alle sue scelte di politica internazionale, dall'intervento in Mali alla partecipazione alla coalizione contro l'Is in Siria e Iraq, oltre che in altri teatri di conflitto. Al di la dell' appartenenza Al Qaeda o all'Is, la tragica efficienza dimostrata fa pensare che non si tratti di improvvisati lupi solitari, chi ha ucciso i vignettisti ha voluto colpire un simbolo. Charlie Hebdo ha sempre pubblicato ciò che riteneva opportuno, anche quando toccava temi sensibili per i musulmani. Si poteva o meno essere d'accordo con quella scelta ma Charb, Cabu, Wolinsky, Tignous e altri loro colleghi hanno sempre difeso il diritto a non piegarsi davanti alle intimidazioni e alle minacce, che pure dal 2006, anno di pubblicazione delle famose vignette sul Profeta Muhammad , in segno di solidarietà con i colleghi danesi del Posten, si erano susseguite. Il commando parlava francese. A dimostrazione della diffusione dell'ideologia islamista radicale all'interno della società transalpina. Non solo tra i giovani di seconda o terza generazione di immigrati, ma anche tra i convertiti. Sono oltre milleduecento, secondo fonti ufficiali, i francesi che hanno praticato la jihad nelle piane mesopotamiche negli ultimi tre anni. La maggior parte di loro hanno tra i diciotto e i ventotto anni, ma vi sono anche minori. Oltre che donne. Alcuni sono tornati in Francia, portando con se non solo la mistica della comunità del fronte ma anche un sapere militare che consente azioni come quelle tragicamente viste nella redazione di Hebdo. Il vero problema, per Parigi ma non solo, è arginare questa deriva ideologica che si alimenta di odio. Dando forma a un islam del risentimento che, prima ancora che sotto le sembianze di utopico programma politico , si mostra con il volto di un distruttivo nichilismo religioso. Per i giovani che vi aderiscono, che spesso giungono all'islam dopo essersi radicalizzati politicamente e non viceversa, o dopo aver rifiutato subculture come quelle delle periferie ritenute sottoprodotti occidentali, essere francesi non ha alcun significato. Ai loro occhi la parola " valori repubblicani" non significa nulla. Così come non significa nulla lo scambio politico tra assimilazione, che implica la rinuncia ai particolarismi religiosi nella sfera pubblica, e cittadinanza proposto dalla Republique. Semplicemente gli jihadisti non si sentono parte della società francese. Non a caso aderiscono a una comunità transnazionale come quella islamista radicale. Quel colpo di pistola contro il poliziotto Ahmed, ormai a terra, per molti è anche il colpo di grazia contro le politiche d'integrazione. A conferma, paradossale ma non troppo, delle tesi di quanti sostengono che non l'islam radicale ma l'islam in quanto tale sia un Nemico da combattere senza cedimenti. Per battere il radicalismo jihadista è fondamentale la reazione dei musulmani. In Francia , in Europa, nel mondo della Mezzaluna. Solo se quest'ideologia viene delegittimata dagli stessi musulmani sarà possibile arginarla. Il solo contrasto di sicurezza , pur indispensabile, non e' sufficiente. Se quest'ideologia si diffondesse ulteriormente, l'esito sarebbe una lunga stagione di terrorismo, più o meno a bassa intensità, anche nelle nostre città. Una stagione nella quale, anche sotto la spinta di imprenditori politici della xenofobi, a venire travolte potrebbero essere la stessa democrazia e la convivenza pluralista. ©RIPRODUZIONE RISERVATA