Uccise l'ex collega, ora critica il carcere

di Maria Fiore wPAVIA È in carcere da quasi tre mesi con l'accusa di omicidio volontario. A Diego Soffientini, 43 anni, di Cura Carpignano, la procura contesta di avere trucidato con 50 colpi di pistola l'ex collega Enrico Marzola, di 49 anni, per motivi legati alla perdita del lavoro. Ma non sembra essere il delitto, consumato a ottobre in un capannone di via Saragat, né la necessità di difendersi da quest'accusa il pensiero che accompagna Soffientini in prigione. L'uomo, infatti, con una lettera scritta di suo pugno nella cella di Torre del Gallo che lo ospita, lamenta le condizioni della detenzione e critica la situazione che, a suo dire, ha trovato all'interno del carcere. L'uomo, che si limita a dire di essere ospite della struttura dal 9 ottobre (giorno in cui è stato arrestato) senza mai fare cenno alle ragioni per cui si trova recluso, si scaglia contro la gestione del carcere ed elenca una serie di lacune. A cominciare da quelle strutturali. «Nel momento in cui scrivo – dice – è da quattro giorni che l'acqua calda del locale doccia è una chimera. Gli arredi sono logori, c'è un filo che penzola dal soffitto e non c'è illuminazione, quindi ci laviamo al buio». Soffientini si trova nella sezione infermeria, dove ci sono 21 celle singole. Da un paio di settimane, dice lo stesso detenuto, ha un problema a un'unghia «che non è stato ancora risolto a causa di farraginoso percorso burocratico» che accompagna le questioni di salute. Ma la riflessione del killer di Marzola (che non ha confessato ma che deve fare i conti con pesanti indizi di colpevolezza a suo carico) si allarga al sistema delle regole che scandiscono il ritmo della vita nelle celle. «Pensavo che queste regole fossero chiare, limpide e facili da attuare, ma mi devo ricredere – scrive l'indagato –. Il regolamento del carcere è introvabile, da due mesi ne chiedo una copia ma sarà stata nella cassaforte che è stata lanciata fuori dalle mura qualche mese fa...». La provocazione fa riferimento al furto della cassaforte avvenuto, all'interno del carcere, a settembre del 2013 e per il quale furono arrestati due detenuti in permesso premio. Soffientini va perfino oltre, lanciando strali contro l'amministrazione pubblica, «che ospita gente raccomandata, che tira a campare sulle spalle di colleghi onesti» e che fa il gioco «dello scaricabarile in molti aspetti del vivere quotidiano, senza assumersi le proprie responsabilità». Ma il 99 per cento del personale, aggiunge Soffientini, «è eccellente nel cercare di risolvere i problemi di tutti i giorni. Sono persone encomiabili – dice – per la professionalità e l'umanità che manifestano in un luogo così complesso da gestire».