L'OPINIONE

(segue dalla prima pagina) si entra in quella del contratto a tutele crescenti - tra i cui "padri putativi" c'è l'economista bocconiano Tito Boeri, figura prestigiosa appena approdata alla presidenza dell'Inps, dove lo ha fortemente voluto il primo ministro che, in questo caso, scommette su un innovatore autentico e sulla discontinuità con le passate (e a volte piuttosto discutibili) gestioni. Alla vigilia di Natale, il Consiglio dei ministri ha approvato i decreti attuativi del cosiddetto "Jobs act" (anche l'utilizzo dell'inglese per indicare la nuova normativa lavoristica ha naturalmente un significato nella semiologia renziana), e dovrebbe così trattarsi dell'avvio di quella che lo stesso premier in conferenza stampa ha etichettato come una "rivoluzione copernicana". Ma il risultato conseguito dopo ripetuti bracci di ferro non conduce affatto a una strada in discesa per Renzi. La Prima e la Seconda Repubblica dei "Vietnam parlamentari" per gli esecutivi sono certamente accantonate, anche per la crescita quasi esponenziale del ricorso alla decretazione d'urgenza e al voto di fiducia. Ma la (potenziale) Terza Repubblica in gestazione, sebbene decisamente meno agitata delle precedenti, pare avviarsi verso un destino prossimo venturo di "conflitto a bassa intensità" che coinvolge attori della politica e organizzazioni di rappresentanza (o, se si preferisce, i corpi intermedi, da sempre bersaglio del discorso renzista sulla disintermediazione). È istantaneamente iniziato il gioco della coperta – chi la tira di qua, chi di là, ma, in ogni caso, sembra rimanere sempre troppo corta per coprire tutte le rivendicazioni di patronaggio politico – e, chiaramente, la battagliera sequenza di dichiarazioni ha dato fuoco alle polveri. E, così, se dalle parti del Nuovo centrodestra per un Maurizio Sacconi che lamenta la "mancanza di coraggio" del governo c'è un Angelino Alfano che cerca di smussare le polemiche con i ministri renziani, a riprendere le ostilità è il (frastagliato) mosaico delle sinistre dem. Perché, come palese, le technicality in materia di regolamentazione del mercato del lavoro hanno per lo più una ragion politica. L'ultimissimo casus belli riguarda una novità di queste ore, l'estensione delle norme del Jobs act ai licenziamenti collettivi, dove la differenza di trattamento tra neoassunti e dipendenti da tempo appare maggiormente eclatante. Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera e non certo un oppositore "all'arma bianca" del premier-segretario Pd, invoca la modifica di quel passaggio, mentre Stefano Fassina, da par suo, si scaglia contro il Renzi seguace del «mercantilismo liberista raccomandato dalla Trojka». E, soprattutto, arrivano le proteste dei sindacati, che annunciano mobilitazioni: tutte quante le sigle (compresa la Cisl), e anche questo costituisce un fatto nuovo. Per Susanna Camusso, dai toni sempre più barricadieri (una metamorfosi della già riformista segretaria della Cgil che neppure Berlusconi era riuscito a suscitare), siamo di fronte a un «abominio». Venti di guerra veri e propri che possono saldarsi alla guerriglia parlamentare (sempre che le sinistre diano seguito alle loro dichiarazioni). E, dunque, ora ad agitare le notti del premier – mago dello storytelling che si fa forza anche dell'essere l'incarnazione dell'assenza di alternative all'interno del ceto politico – non c'è più soltanto l'impegnativa partita del Quirinale.