«Il jobs act non si applica agli statali»

di Vindice Lecis wROMA Il governo precisa che il contratto a tutele «crescenti« non si applica agli statali, ma sui due decreti del jobs act, per i sindacati la misura è colma. E anche per la sinistra, del Pd e fuori dal Pd. I licenziamenti collettivi inseriti a sorpresa alla vigilia di Natale hanno creato sconcerto tra le organizzazioni dei lavoratori. Ma Matteo Renzi nel suo tweet mattutino non sembra preoccuparsene invitando i suoi critici ad «arrendersi». Lo faranno, aggiunge, «quando non potranno più negare la realtà». In effetti nonostante alcune dispute bizantine il jobs act appare ora come quello già ipotizzato da Renzi: abolizione dell'articolo 18 e reintegro sostituito da una monetizzazione. Susanna Camusso non crede che la partita sia chiusa. Spera che la partita possa riaprirsi in Parlamento dove arriveranno i due decreti delegati approvati dal Consiglio dei ministri. Anche ieri il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (un pontiere nella trattativa tra sinistra dem e renziani) ha detto che le critiche al jobs act sono «ragionevoli, giustificate» dicendosi convinto che bisogna «lavorare per cambiare»la norma sui licenziamenti collettivi «e ricondurla soltanto ai licenziamenti individuali». Ma vista la granitica sicurezza dimostrata da Renzi e dai suoi, i sindacati non si fanno molte illusioni sul gioco di sponda con la sinistra democratica. «Continueremo a lottare, a mobilitarci, a scioperare anche contro le aziende perché non può esserci uno che incassa e l'altro che subisce soltanto». Camusso annuncia che sarà usata «la contrattazione e i ricorsi giudiziari in Italia e in Europa. Utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per ribaltare un'idea recessiva del lavoro». Per sollecitare il Parlamento ci saranno nuove mobilitazioni. «Non escludo nulla» afferma, rispondendo a una domanda sull'ipotesi di nuovo sciopero generale con l'obiettivo di farlo unitario anche con la Cisl. Per Camusso le scelte del governo non possono infatti passare sotto silenzio. Il contratto a tutele crescenti, spiega la leader della Cgil, «è un grande bluff, solo una monetizzazione crescente. Di fatto è l'abolizione dei contratti a tempo indeterminato». Quanto ai licenziamenti collettivi «il governo aveva promesso il superamento del dualismo ma con questo decreto non fa altro che moltiplicare le differenza tra lavoratori». Carmelo Barbagallo, l'uomo che ha sostituito Angeletti alla guida della Uil, è durissimo. «Il jobs act? - afferma - Quello che non è riuscito a Berlusconi l'ha fatto il governo Renzi. Mi sembra che il risultato sia comunque molto negativo. Non credo che il provvedimento favorirà le assunzioni, non era questo l'alibi su cui intervenire. Il governo aveva anche detto che le nuove regole servivano ad allargare le tutele per i giovani, ma mi pare che tutelati siano proprio gli imprenditori». Barbagallo attacca il meccanismo della decontribuzione perché «fatto male» e denuncia che al Sud «sono state tolte risorse per 3,5 miliardi che ora verranno destinati agli sgravi per le imprese senza alcun paletto che permetta almeno di distinguere gli imprenditori seri da quelli che ora potranno fare i furbi». La Uil «si batterà per contrastare i tentativi di questo governo di togliere le conquiste di 60 anni di attività sindacale e di lotte e dei lavoratori». Critica è anche Annamaria Furlan, segretario Cisl che contesta il dualismo tra vecchi e nuovi assunti che non hanno più l'articolo 18: «Noi siamo assolutamente contrari, non è una cosa in discussione». Furlan spera nel lavoro delle commissioni parlamentari sui licenziamenti collettivi. Renzi twitta che su «Ilva, lavoro, fisco e Inps non si molla» mentre il ministero del Welfare è costretto a precisare che il jobs act e il decreto attuativo sul contratto «a tutele crescenti» non è applicabile ai lavoratori del pubblico impiego. Al ritorno in Parlamento lo scontro ci sarà. Per Stefano Fassina (Pd) i decreti «confermano l'obiettivo vero dell'intervento: ulteriore svalutazione del lavoro» e «un'altra tappa del mercantilismo liberista raccomandato dalla Troika», cioè una «rivoluzione conservatrice». ©RIPRODUZIONE RISERVATA