Intimidazioni alla Sony Obama: sapremo reagire
di Fiammetta Cupellaro wROMA «Risponderemo al cyberattacco contro la Sony da parte della Corea del Nord in modo proporzionato, nelle modalità e nei tempi che decideremo. Tali atti di intimidazione vanno oltre i limiti accettabili del comportamento tra Stati». Risponde così il presidente Barack Obama all'attacco digitale condotto da hacker nordcoreani che ha colpito il colosso Sony Pictures. Un'azione senza precedenti. Considerata dall'Fbi come un atto terroristico condotto da hacker nascosti dietro la sigla "Guardiani della pace" ora ricercati in tutto il mondo dagli 007 americani. Dure le parole pronunciate da Obama in diretta tv. «Nessun dittatore imporrà la censura agli Stati Uniti». I danni causati alla Sony sono gravi. Oltre a ritrovarsi con i server della compagnia cancellati, i manager sono stati minacciati uno ad uno attraverso mail recapitate agli indirizzi di posta elettronica personali. Da qui la decisione presa dalla casa produttrice di ritirare dal mercato il film "The Interview" che sarebbe dovuto uscire a Natale e che racconta un piano della Cia per assassinare il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. La decisione di ritirare il film dalle sale è stata criticata da Obama: «Credo che Sony Pictures abbia fatto un errore. Se si fossero rivolti a me avrei detto loro di non farsi trascinare in un circuito in cui si viene intimiditi». Quella di ieri sarebbe dovuta essere una conferenza stampa di fine anno, tradizionale incontro con i giornalisti alla Casa Bianca, tutta incentrata sulla storica svolta nelle relazioni con Cuba. Invece, poco prima dell'inizio dell'incontro è arrivata la conferma dell'Fbi su chi sia il regista della devastante violazione digitale contro il colosso di Hollywood. «È il governo nordcoreano responsabile di questo attacco informatico» si legge nel comunicato «l'Fbi individuerà, perseguirà individui, gruppi e nazioni che minacciano gli Usa e gli interessi americani». Ma Obama ieri è tornato a parlare sulle nuove relazioni con Cuba dopo decenni di gelo. Il presidente non ha nascosto la sua soddisfazione per l'accordo trovato con Raul Castro spingendosi ad annunciare: «Non è ancora tempo di parlare di un mio viaggio a Cuba, ma sono abbastanza giovane e immagino che un giorno ci andrò». Chiarisce comunque un punto: «Cuba è ancora un regime che reprime il suo popolo, e capisco le preoccupazioni. Le cose non cambieranno dall'oggi al domani e continueremo a pressare sul fronte delle riforme democratiche. Ma siamo di fronte a una grande opportunità». Un'opportunità che il presidente vuole cogliere per passare alla storia come l'uomo del grande disgelo tra Washington e L'Avana. E ha fretta. Vuole "bruciare" sul tempo il Congresso per evitare che la storica decisione di porre fine all'embargo venga bloccata dai repubblicani. Già entro la fine di gennaio una delegazione di funzionari sarà a L'Avana, mentre il primo passo da fare per l'apertura dell'ambasciata, e per varare tutta una serie di decreti esecutivi che allentino l'embargo, sarà l'eliminazione di Cuba dalla lista degli stati che sponsorizzano il terrorismo. L'obiettivo di Obama è di arrivare nelle prime settimane del 2015 ai decreti esecutivi che allentino la morsa delle sanzioni politiche ed economiche che da 50 anni gravano sui cubani. La svolta è iniziata. ©RIPRODUZIONE RISERVATA