Pakistan, pena di morte per i terroristi

Scuole chiuse, bandiere a mezz'asta, veglie di candele in tante città. Dolore e lacrime. E un vertice sul terrorismo presieduto dal premier Nawaz Sharif, con la cancellazione della moratoria sulla pena di morte per i terroristi. Così il Pakistan ha trascorso il primo dei tre giorni di lutto decretati dopo il massacro compiuto dai talebani di 144 persone, quasi tutti bambini ed adolescenti, della Army public school di Peshawar. Le immagini trasmesse dalle tv, entrate in ciò che resta della scuola, hanno dato un'ulteriore prova della brutalità con cui ha agito il commando del Tehrek-e-Taliban Pakistan (Ttp), che ieri ha di nuovo rivendicato la carneficina con un documento di quattro pagine, ribadendo che si tratta di una vendetta per i suoi «600 militanti uccisi quest'anno» dall'esercito nel Waziristan settentrionale e ha minacciato: «Questo tipo di attacchi continueranno», per cui «si consiglia ai pachistani di non mandare i figli in istituzioni collegate con i militari». Il quotidiano "The Express Tribune" ha definito l'eccidio «il nostro 11/9, un attacco al futuro del Pakistan»: «Mai la città ha vissuto qualcosa del genere in 2.500 anni di storia». Sharif ha riunito i leader dei partiti in un vertice a Peshawar, dove sono state definite misure per contrastare il terrorismo. L'unica decisione per il momento è la cancellazione della moratoria sull'esecuzione delle condanne a morte decisa nel 2008, anche se limitatamente alle sentenze relative ad atti terroristici. Nuovi momenti di paura intanto per l'attacco a una scuola femminile di Dera Ismail Khan, nella provincia nord-occidentale di Khyber Pakhtunkwai: due granate sono esplose all'esterno dell'edificio senza provocare vittime. La scuola infatti era chiusa in segno di lutto. di Andrea Visconti wNEW YORK Dopo oltre mezzo secolo di gelo fra Cuba e Stati Uniti, Barack Obama annuncia una svolta storica nei rapporti fra L'Avana e Washington. Il presidente americano, definendo fallimentare l'embargo con cui gli Usa hanno tentato di piegare il regime di Castro, apre ai rapporti diplomatici, commerciali ed economici con l'isola e annuncia: «Parlerò con il Congresso per la rimozione dell'embargo». Si prospetta la riapertura dell'ambasciata statunitense all'Avana. Vengono a decadere le restrizioni che proibivano ai cittadini americani di visitare l'isola, e saranno facilitate le transazioni commerciali e l'invio di denaro a Cuba. «Todos somos americanos» ha detto Barack Obama ieri in un discorso a sorpresa durato quindici minuti. Nel preciso istante in cui il presidente americano annunciava l'apertura all'Avana, Raul Castro faceva un simile discorso in diretta alla televisione cubana. Un annuncio coordinato avvenuto pochi istanti dopo che un prigioniero politico americano era stato scarcerato dal governo cubano dopo cinque anni di detenzione. Contemporaneamente tre prigionieri cubani erano stati liberati dal governo americano e avevano fatto ritorno a L'Avana. «Sono nato nel 1961, due anni dopo che Fidel Castro aveva preso il potere e pochi mesi dopo l'invasione della Baia dei Porci» ha detto Obama spiegando che sono stati un fallimento i tentativi di Washington di sconfiggere Castro attraverso la morsa di un embargo. «Mezzo secolo dopo i comunisti di Castro sono ancora al potere». Ecco allora che Obama decide si cambiare di 180 gradi la politica nei confronti di Cuba e di perseguire la strada dell'apertura: lascindo intendere persino un imminenete viaggio nell'isola. Un drastico cambiamento avvenuto dopo che Washington è riuscita a negoziare con L'Avana la liberazione di Alan Gross. Arrestato nel 2009 con l'accusa di essere una spia, il 65enne Gross era stato condannato a 15 anni di galera con l'accusa di avere portato a Cuba strumenti di telecomunicazione mentre lavorava come consulente per l'Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale. «Ho dato istruzione al segretario di Stato Kerry di iniziare immediatamente i colloqui con il governo cubano per riprendere le relazioni diplomatiche con Cuba» ha detto Obama anticipando che non tutti negli Stati Uniti sarebbero stati d'accordo con la sua decisione. Pochi minuti dopo, infatti, il senatore repubblicano Marco Rubio, di origine cubana, ha sparato a zero su Obama definendolo il peggior negoziatore in politica estera mai conosciuto. Rubio, che è a capo della commissione Esteri del Senato, ha promesso di bocciare qualsiasi nomina ad ambasciatore Usa a Cuba. «Non mi illudo che le misure che annuncio oggi portino a una trasformazione della società cubana da un giorno all'altro» ha concluso Obama, ringraziando il "tessitore" di pace papa Francesco che in ottobre aveva facilitato un incontro in Vaticano fra una delegazione cubana e una statunitense dopo avere inviato un appello sia a Obama che a Raul Castro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA