La minoranza Pd avverte il premier «Serve un garante»
di Nicola Corda wROMA Contarsi per contare. Valeva nella prima Repubblica, vale anche nella nuova era renziana. L'interrogativo sulle reali intenzioni della minoranza, circola con insistenza nella pattuglia parlamentare del Pd, dopo lo strappo sul jobs act. E il peso può farsi sentire fin dalle prossime scadenze, in particolar modo sull'elezione del futuro capo dello Stato. Sui tempi è difficile fare previsioni, Napolitano ha fatto capire che ora non lega più le sue dimissioni al raggiungimento delle tappe sulle riforme e dunque, dal primo gennaio ogni giorno sarà buono per lasciare. Le fibrillazioni dentro il Pd sono dunque sotto la lente degli analisti. L'invito del presidente del partito Matteo Orfini che ha chiesto di «non usare il tema del lavoro per trattare sul Quirinale», fa capire che le manovre sono cominciate e che i timori sono fondati. Come dimostra la dichiarazione di Fassina: «Io non voglio scissioni, ma siamo in molti, anche fuori dalla nostra area, a condividere l'idea che serva una figura autorevole e indipendente, non subalterna al governo e ai suoi interessi». Smentisce scissioni ma usa parole pesanti e aderisce convinto all'invito di Nichi Vendola che organizza per gennaio una "Leopolda rossa" per federare le sinistre. Sul Quirinale mette i paletti anche un altro esponente della sinistra come D'Attorre, che si augura che Renzi «non immagini un percorso in cui si concordi con Berlusconi un candidato che non abbia caratteristiche di autonomia e autorevolezza». Se tutti sono consapevoli che il patto del Nazareno è fortemente a rischio, è vero pure che il leader di Fi per tenerlo in vita abbia posto, negli ultimi incontri, la carta del Quirinale come ulteriore garanzia. Come dice ancora Orfini questa è una partita in cui i dem hanno bisogno della massima condivisione e di «una tenuta fortissima dei gruppi, perché ancora portiamo sulla pelle le cicatrici della ben nota vicenda della volta scorsa». Quei 101 che bruciano ancora e che mettono paura, una vicenda che porta il nome di Romano Prodi, che ovviamente è stato inserito da subito nella roulette infernale quirinalizia. Il padre dell' Ulivo, evocato da Rosy Bindi nei giorni scorsi per smentire una scissione ma anche per spiegare la sua idea di Pd «che torni alle origini di sinistra». Ovvio che Prodi stesso smentisca ogni voce, ma l'indizio resta. Dalla galassia renziana che parla solo sotto la garanzia dell'anonimato, spiegano che «il segretario nelle prossime settimane si spenderà per recuperare i dissidenti» e per arrivare all'appuntamento con il Quirinale con un nome a prova di rottura. E se il Nazareno fallisce, il campo dei 5 Stelle è quello dove giocare la prossima partita. ©RIPRODUZIONE RISERVATA