COSÌ I MATERIALI INFLUENZANO LE PRESTAZIONI
"Sdeng". Il suono onomatopeico può si può usare nei "cartoni" per raccontare lo schianto di Willy il Coyote contro un incudine lasciato sulla strada all'imprendibile Beep Beep, ma anche per ricordare il rumore dell'asta che si infila nella buca: è un suono che si ascolta sui campi dall'allenamento e a bordo pista con le aste di metallo degli anni Sessanta, ma dura molto più dei Rokes e dell'Equipe 84, visto che qualche veterano dell'atletica leggera, si ricorderà degli "Sdeng" anche all'inizio degli Ottanta, tra le canzoni paninare ascoltate con le prime cuffiette, buone per concentrarsi tra un salto e un altro. L'evoluzione di questo attrezzo fotografa bene l'incidenza della tecnologia nello sport. Non serve andare ai giochi della Gallia e ai bastoni usati da quegli atleti per scavalcare l'asticella. L'accelerazione avvenne dopo le Olimpiadi di Roma del 1960, le ultime vinte con un'asta in metallo. Così se nelle società italiane "di provincia" il metallo resta un must per i giovani che si avvicino alla disciplina per ancora un bel po' di anni, ad alto livello la fibra di vetro diventa il materiale più utilizzato per vincere le gare. La progressione del record del mondo è illuminante. Nel 1960 lo statunitense Don Bragg volava oltre i quattro metri e 80, otto anni più tardi il connazionale Bob Seagren è già a più 61 (centimetri) per merito soprattutto dei materiali sfruttati per la costruzione delle aste. Che, con il passare del tempo diventano sempre più leggere grazie alla fibra di carbonio. Alla fine degli anni Ottanta il duello tra il francese Thierry Vigneron e il sovietico Sergey Bubka che incrementano il primato più volte nel giro di pochi mesi è caratterizzato anche dalla necessità di allungare l'asta, oltre che di migliorare la velocità di esecuzione, là dove lo zar è inarrivabile, tanto che è suo il primo salto oltre i sei metri. Arriva fino a 6.14 Bubka, nel 1994. E la corsa al record si ferma per vent'anni, fino a quando non arriva un altro transalpino, Renaud Lavillenie che scavalca i 6,16: per farlo dicono che le aste sono diventate oramai dei grissini di carbonio, come testimoniano i due incidenti alle Olimpiadi di Londra del 2012, dove il cubano Lazaro Borges e la tedesca Jennifer Suhr hanno rischiato un infortunio grave per essere rimasti con un moncone d'asta in mano. Ma guai a dire che questo è il capolinea del salto con l'asta. Chi si ricorda dello "Sdeng" sui campi d'atletica vi dirà anche che le scarpe allora erano delle suole chiodate, non un concentrato di plastiche leggerissime, che i crono erano manuali come l'1'43''7 sui 800 di Marcello Fiasconaro (Arena di Milano, 27 giugno 1973, record mondiale fino al 25 luglio 1976), che il giovanissimo velocista e futuro recordman mondiale dei 200, Pietro Mennea, si metteva una canottiera di cotone grezzo addosso per gareggiare, non body che sembrano venire dalla saga di Star Trek. Eppure, correva velocissimo. Eccome se era velocissimo... Pietro Oleotto ©RIPRODUZIONE RISERVATA