«Dazio al riso cambogiano? Non si può»
La richiesta di applicare la clausola di salvaguardia contro il riso cambogiano di varietà Indica è «una strada in salita». Lo ha detto ieri Felice Assenza (nella foto), direttore generale del ministero delle Politiche agricole, di fronte a una platea composta in gran parte da risicoltori di Pavese e Lomellina. Da diversi mesi l'accordo unilaterale "Everything but arms" (Eba), cioè importazione in Europa a dazio zero o ridotto di tutti i prodotti tranne le armi dai Paesi meno avanzati (Pma), fra cui la Cambogia, sta mettendo in crisi la risicoltura italiana, prima in Europa. Il ministero dello Sviluppo economico proprio in questi giorni ha inviato a Bruxelles il dossier riveduto e corretto che chiede, in buona sostanza, di reintrodurre il dazio alla frontiera, fissato sulla carta a 175 euro la tonnellata, per il riso Indica cambogiano. «Il nostro Consiglio dei ministri per due volte ha affrontato la situazione – ha detto Assenza – ma ci sono di mezzo equilibri geopolitici e politiche commerciali molto complessi. Posso confermare che stiamo seguendo la vicenda con la massima attenzione». Di fronte ad Assenza c'era il gotha del riso italiano, a cominciare da Paolo Carrà, presidente dell'Ente nazionale risi, e Mario Preve, presidente dell'Associazione industrie risiere italiane (Airi), che ha sede a Pavia. «Il riso Indica cambogiano fa paura, ma a breve dovremo difenderci anche da quello del Myanmar, l'ex Birmania – ha spiegato Paolo Carrà a margine della tavola rotonda – Inoltre, la Commissione europea che si è insediata nei giorni scorsi andrà a discutere una serie di accordi bilaterali: per il riso, nello specifico, con Vietnam, India e Stati Uniti. Spero che questa volta Bruxelles sia un po' più cauta nelle concessioni a Paesi concorrenti». (u.d.a.)