L'ASSENZA MIOPE DELLO STATO
di BRUNO MANFELLOTTO Non è solo Tor Sapienza. E non è nemmeno solo Roma, dove già s'era incendiata la borgata Corcolle prima per una discarica contestata, poi per violenta xenofobia, Roma Capitale dove più di cento immobili sono occupati da immigrati: la rabbia sociale esplode a Napoli, a Milano, a Genova, fino a Barletta dove Casa Pound innalza lo striscione "Prima gli italiani". Tutti contro tutti: italiani contro immigrati; immigrati integrati contro immigrati disperati; vecchia criminalità dei furti e della droga che convive con i cittadini delle periferie, e nuova criminalità che tenta di usurpare malavitose rendite di posizione. La chiamano "guerra dei poveri". La tenuta del Paese ancora c'è, ma si teme che venga meno, che da un momento all'altro la protesta si diffonda senza freni: si è vicini al punto di rottura come non è mai stato nemmeno nei momenti più aspri. Ma perché? Che cosa è successo? In principio fu la crisi, naturalmente. Al di qua e al di là dell'Oceano, e che sulle sponde del Mediterraneo si è manifestata sotto forma di ribellione ai regimi prima e di caccia al dissidente poi. Ormai una parte consistente dell'immigrazione è costituita da chi fugge dai teatri di guerra, dai Paesi della primavera araba, dalla Siria. Un esercito che si aggiunge ai proletari dell'ex Unione sovietica. Le coste più vicine a sud e i confini più labili a nord sono quelli italiani. Chi può prosegue verso il cuore dell'Europa, i più restano. I flussi sono ingovernabili, la recessione congela il mercato che non riesce ad assorbire le richieste; il poco lavoro disponibile impone condizioni fuorilegge, inaccettabili per un italiano. Come in tutte le crisi, poi, la piramide si è innalzata e, sintetizza bene Marco Revelli, «i ricchi sono ormai fuori tiro»: così la furia sociale si rivolge verso l'immigrato, l'estraneo. Il lento sfarinamento della politica, poi, ha cancellato la forma partito così come l'abbiamo conosciuta nel secolo scorso: battaglie parlamentari da una parte e capillare presenza sul territorio dall'altra, specie nelle aree di crisi, spesso surrogando i poteri dello Stato. Adesso la politica si è rinchiusa a Palazzo Chigi e nei vertici dove si parla di questioni lontane anni luce da quelle borgate; con i partiti è venuto meno anche il controllo del territorio e il confronto è delegato a cacicchi locali prevalentemente occupati a rafforzare personali posizioni di potere. Matteo Renzi, preoccupato di mostrare le magnifiche sorti del suo governo, evita i temi scomodi e nasconde contraddizioni e complessità di una società in profonda evoluzione. Gli unici a occupare la piazza sono leader e movimenti impegnati però in prove tecniche di lepenismo all'italiana, come la destra neofascista e Lega razzista di Salvini e Borghezio che ieri ha continuato a soffiare sulla rivolta presentandosi a Tor Sapienza: ma quello è solo cinico marketing populista. Né si può più ricorrere all'ammortizzatore che tutto ha risolto in passato: il debito pubblico, raddoppiato in meno di vent'anni fino a rappresentare oggi il virus che tutta l'Europa teme. E meno male che c'è papa Bergoglio che ordina di allestire docce per i senzatetto in piazza San Pietro... In questi giorni ha avuto grande successo in rete la frase di un cittadino che, per spiegare il contesto in cui si scatena l'odio sociale, ha detto: «Non ho mai visto un immigrato portare a spasso un barboncino…». L'ironia della metafora è forte e rimanda ai tanti cattivi esempi, alle mille cattive azioni quotidiane che, senza rischio di controllo o di sanzione, contribuiscono al degrado delle nostre città. E che per traslato si può estendere al declino politico e a quello istituzionale. In una parola all'assenza, o alla presenza miope dello Stato lì dove invece dovrebbe essere vigile ed efficace: strade, quartieri, città, intere regioni del Sud. Una latitanza che consente da una parte l'invasivo dilagare dell'immigrazione e della criminalità organizzata, e dall'altra la giustizia fai da te sotto forma di caccia all'immigrato. Magari, come a Tor Sapienza, coronata da successo. E quindi destinata a diventare nefasto precedente. ©RIPRODUZIONE RISERVATA