PERIFERIE ULTIMA FERMATA
di GIANFRANCO BETTIN Tor Sapienza, capitale dell'insipienza. Non si guardi solo ai fuochi, al razzismo dichiarato, o strisciante, allo sciacallaggio politico, per capire cosa succede. Si guardi alle radici di tutto questo. Alla condizione delle periferie, in particolare nelle aree metropolitane, ma anche nella diffusa, informe conurbazione che quasi ovunque è diventata ciò che un tempo era la tipica città italiana. Salvatore Settis ne ha scritto in un libro che solo nel titolo parla prevalentemente della città più singolare ("Se Venezia muore", Einaudi) ma che ne usa le vicende storiche e attuali come guida alla sorte di tutte le città. Capaci un tempo di sviluppare qualità urbana, sociale ed estetica oltre che di farsi sicure trasformando i conflitti in convivenze, oggi, nelle varie Tor Sapienza vedono minate queste qualità impagabili. In particolare, negli ultimi dieci o quindici anni le città, e specialmente le periferie, sono state i terminali di insensate politiche urbanistiche, ambientali, educative e di welfare. Negli anni più recenti, poi, - soprattutto attraverso i meccanismi del patto di stabilità imposto agli enti locali - sono state falcidiate le risorse dei Comuni per agire anche nella contingenza. Ciò che a volte esplode, per questa o quella causa locale e incidentale, era stato da tempo previsto. Invano, tuttavia, perché i destinatari delle analisi e degli allarmi - i governi centrali, regionali e locali - erano e sono totalmente disinteressati, o concretamente impediti (specie i Comuni), a pensare al futuro e alla gestione di queste dinamiche. Non nominare, fin qui, il tema dell'immigrazione è stato intenzionale. Perché gli scontri di Tor Sapienza, occasionati dal conflitto con gli ospiti del centro d'accoglienza, vanno ricondotti a questa più profonda radice. Certo, il "soggetto scabroso" straniero è un agevole capro espiatorio. A volte, per le condizioni in cui viene lasciato non è raro che debba arrangiarsi, che sia coinvolto in giri di sbandati o di malavitosi, che da preda diventi predatore. Ne deve rispondere, in quel caso, come tutti. Ma, ancora una volta, è l'insufficiente investimento economico, politico e culturale, sono l'ignavia e l'irrazionalità delle politiche sull'immigrazione, a consegnare le sorti tragiche dei migranti all'incrocio drammatico con quelle difficili delle nostre periferie e alle sterili e anzi patologiche polemiche tra "razzisti" e "buonisti". Pochi operatori, poche risorse, pochi e indegni spazi, pochissimi progetti: ecco cos'è oggi, in gran parte, la politica sull'immigrazione del nostro Paese. Lo è in particolare nei confronti di profughi e rifugiati, quando il pressappochismo e la voglia di spendere e di fare il meno possibile si esprimono, tra l'altro, nella scelta di collocare le strutture, di solito, in aree gravate da problemi annosi (salvo spostarne qualcuno, come da Tor Sapienza ieri, per dare un contentino quando la situazione diventa ingestibile). Nessuna attenuante per i razzisti né per gli imprenditori politici dell'intolleranza, che giocano col fuoco alle porte di un campo rom o sinti o in un quartiere difficile. Sono pericolosi e spregevoli incendiari, che hanno però buon gioco in un contesto che le cattive o insipienti politiche nazionali e locali stanno da tempo preparando al peggio, se non cambieranno in fretta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA