Show in aula del boss Setola «Io sono un falso pentito»
NAPOLI Ennesimo show di Giuseppe Setola nel tribunale di Santa Maria Capua Vetere dove il killer dei Casalesi, di recente disponibile a fornire il proprio apporto alla giustizia, ha ritirato l'offerta, per poi candidamente confermare quello che molti inquirenti sospettavano da tempo: aveva deciso di collaborare, anche dicendo bugie, con l'obiettivo di uscire dal carcere. «Quanto accaduto richiede una seria riflessione dei nostri uffici», ha detto il pm della Dda Antonio D'Alessio, al termine dell'udienza del processo, rinviato al 19 novembre. La prima battuta ad effetto è stata pronunciata dal killer durante l'udienza del processo Pecchia-Orabona. «Non collaboro più con la giustizia», ha detto in video conferenza da una località che doveva rimanere segreta ma che poi lui stesso ha provveduto a rendere nota: il carcere di Rebibbia. Poche ore dopo, durante un'altra udienza, quella del processo per l'uccisione di Noviello, del quale si è accusato, una nuova affermazione al fulmicotone: «Non voglio essere esaminato, voglio solo dire che ho detto un sacco di bugie per uscire prima dal carcere». Una conferma per molti dei magistrati che con lui hanno avuto rapporti. È un tira e molla che va avanti da parecchio tempo quello tra Setola e la procura di Napoli: lui, il capo dell'ala stragista dei Casalesi, reo confesso di 46 omicidi e condannato a molti ergastoli, ha confermato di avere avuto sempre un unico obiettivo: uscire dal carcere. E per questo, se ne deduce, ha tentato, in più riprese, di avviare una collaborazione che gli avrebbe consentito di godere di alcuni benefici. Ma gli inquirenti non ci sono cascati. Già da tempo avevano valutato il suo comportamento processuale e quello tenuto al momento della prima richiesta di collaborazione. A un certo punto, in aula, si era diffusa pure la notizia, poi rivelatasi falsa, che il gesto di Setola fosse legato al diniego del programma di protezione per la famiglia. Ma la storia del killer dei Casalesi parla chiaro: è costellata da comportamenti che ne hanno definito la natura criminale nei minimi particolari. In più occasioni ha minacciato i sostituti procuratori della Dda. E nel 2008 fuggì anche da una clinica di Pavia dopo aver ottenuto di lasciare il carcere per problemi alla vista.