l'opinione
(segue dalla prima pagina) Perché il verdetto è provvisorio. C'è spazio per qualche doverosa considerazione. La prima delle quali ha a che fare con la lettura della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. Guglielmo Piazza e Giangiacomo Morra furono condannati perché i giudici non fondarono il loro verdetto sulle prove, ma su un giudizio a priori: per questo, fu un esempio di "ingiustizia personale e volontaria dei giudici". Per condannare, infatti, ci vogliono le prove. Non sempre sono evidenti e persuasive, se si sottopongono a un vaglio critico. Possono esserlo per alcuni giudici, non per altri. Ed ecco il proscioglimento in appello: la ragione è che non è stata raggiunta la prova della colpevolezza. Che cosa significa criticare una sentenza, ma rispettarla? Le parole hanno un loro preciso significato. Spesso, però, si pronunciano e ci si dimentica, in nome di una onesta passione o di una passione non disinteressata, che criticare significa "sottoporre qualcosa ad analisi critica esprimendo per lo più un giudizio negativo"; mentre rispettare equivale a "trattare, considerare con rispetto". Le prime a dover essere considerate con rispetto sono le parole, che non vanno usate a caso. Non possono essere dette e contraddette. Rispettare significa, quando si prendono in esame le sentenze, ritenere, innanzitutto, che esse sono il frutto del libero convincimento del giudice; accettare, quindi, che il suo punto di vista può naturalmente divergere dal mio; presupporre che l'opinione contraria può dipendere da un differente grado di conoscenza degli atti di causa, i quali, comunque, debbono essere considerati, valutati, interpretati. Interpretare, poi, è un'operazione intellettuale di carattere soggettivo che si traduce in attribuzione di significati. Non a caso, si è sempre detto: tot capita tot sententiae. Che si può tradurre anche così: tante sono le teste tante sono le opinioni. Ma, davvero, si può affermare che lo Stato si assolve? La Costituzione lo esclude nel modo più assoluto. Per mille ragioni, ma, in particolare, perché "i giudici sono soggetti soltanto alla legge" (articolo 101, 1° comma) e perché "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale" (articolo 111, 2° comma). Se riteniamo che non sia così, traiamone le conseguenze. Ciascuno ha diritto di avere una sua opinione. E va bene! Ciascuno ha diritto d'avere un'opinione, che coincide con la verità. E questo non va bene! Perché fa regredire un ordinamento dallo stadio della civiltà a quello dell'inciviltà. Il fatto è che i processi – tutti i processi – non si celebrano in piazza. Né per strada. Quando accade – assai di frequente, in questa sgangherata Italia – si riproduce, in ciò che si pratica, un noto adagio: "andiamo a far giustizia, e a dare il sacco". Il cittadino non ha altra possibilità, se non quella di ammettere che il giudice è, per definizione, "terzo e imparziale", salva la prova di azioni e decisioni che costituirebbero, ove compiute, una violazione, da parte del giudice stesso, del codice penale. Certo, le malefatte sono di tutti, giudici compresi. Molto spesso, è la vicinanza ad altri poteri (legislativo ed esecutivo) che corrompe (quello giudiziario). Tra i tanti, ce lo ha spiegato Tommaso Moro. Ma un conto è dare atto dell'esistenza di una patologia, sempre possibile e da accertare in concreto, altro riferirla ad un singolo caso, senza aver letto, oltretutto, le motivazioni della sentenza. Il nostro costume è nel senso di parlare, a prescindere dalla conoscenza delle ragioni e delle argomentazioni. Ecco: questa prassi è estranea sia al diritto di critica sia al senso di rispetto che si deve portare all'opinione altrui. ©RIPRODUZIONE RISERVATA