l'anniversario
di Giovanni Scarpa wPAVIA «Era una domenica, quel giorno in cui la mia famiglia venne inghiottita dall'acqua. Da allora, era il 6 novembre, la vita per me non è stata più la stessa. E qui non è cambiato niente. Ogni volta che piove forte abbiamo paura che il Ticino esondi e ci possano essere altre vittime». Sono passati esattamente vent'anni da quando l'alluvione si portò via Sergio e Clara Ferretto. Tornavano a casa dopo aver portato in salvo le auto. Ma, a poche decine di metri dalla loro villetta, Ticino e Gravellone esondarono, la strada franò all'improvviso portandosi via padre e figlia e cancellando in un colpo solo la vita della famiglia Ferretto. L'allarme fu dato poco più tardi. La macchina dei soccorsi di mise in moto, ma ormai per i due era troppo tardi. Annegarono travolti dalla furia delle acque. Prima Sergio e poi, nel tentativo di salvare il padre, anche Clara. «Mio marito aveva 58 anni, mia figlia 34 – ricorda Maria Luisa Ferretto, oggi settantaduenne, moglie e madre delle uniche due vittima di quella tragedia di cui proprio domani ricorre l'anniversario –. Nessuno ci avvertì di quello che stava succedendo. Qui c'era acqua dappertutto, così Sergio e Clara decisero di portare le auto al sicuro. Al ritorno il Gravellone straripò. Loro stavano tornando a casa a piedi. Fango, acqua e detriti li travolsero». La donna abita ancora qui, nella villetta di via Trinchera. Nulla e cambiato da allora. Nemmeno il dolore, che rende i ricordi ancora vividi. Lo sguardo si vela di lacrime, la scena di quella sera in cui vide per l'ultima volta marito e figlia scorre ancora una volta nella sua mente. «Era sera, verso le 22 – ricorda ancora la Ferretto –. Ne avevamo vissute tante altre di alluvioni, non eravamo eccessivamente preoccupati. E' successo tutto così all'improvviso. La strada ha ceduto. E' andata sotto di quattro metri. Io ero in casa. Li aspettavo. Poi, dopo qualche ora, arrivò il sindaco e il maresciallo dei carabinieri. Mi dissero quello che era successo». Sergio e Clara, le spiegarono, erano stati travolti dalla furia delle acque, dopo che la strada si era inabissata. Tutta la sua famiglia cancellata in pochi istanti. «Io ero in casa, in questa stessa casa dove abito ancora adesso. Ci ho pensato mille volte. Se fossi uscita anch'io, se fossi stata con loro. Non lo so. Sono pensieri che non mi hanno mai abbandonata in tutti questi anni». Fino qui il dolore. Maria Luisa non vorrebbe più parlarne di questa storia. «La ferita è sempre aperta, a maggior ragione in questi giorni» dice con un filo di voce. In tutti questi anni la sua vicenda è stata dimenticata. «Mai nessuno, delle istituzioni, si è più fatta sentire – spiega –. Sono stata lasciata sola. Ma non importa, se devo essere sincera. Nessuno mi può più restituire Sergio e Clara». Quella tragedia che colpì la famiglia Ferretto aleggia ancora nelle stradine che si snodano dietro il Ticino. «Anche perchè qui, da allora, non hanno fatto mai niente – accusa la signora –. Nulla, a parte la strada. Ma non è questo che serve. I fiumi, non solo il Ticino ma anche il Po, fanno sempre più paura. Oggi più di allora. Dovrebbero dragare il fondo, togliere la sabbia. Invece non hanno mai alzato un dito per mettere in sicurezza questa parte di città. Lo ripeto, dopo vent'anni in via Trinchera non solo è tutto come prima, ma è addirittura peggio. Questi sono i momenti più brutti per noi. Ogni volta che piove, ogni volta che parlano di allerta meteo, ci si stringe il cuore». Sotto il cielo plumbeo che fa da sfondo alla decina di villette fra il grande fiume e il torrente non c'è niente di romantico. L'occhio corre sempre verso il Ticino, l'orecchio al rumore della pioggia che si fa sempre più battente quando le condizioni meteo peggiorano. E' tardi e cala il buio pesto. Come quella sera quando la piena non lasciò scampo a Sergio e Clara.