Giustizia, Pd-Forza Italia ai ferri corti

di Gabriele Rizzardi wROMA È di nuovo scontro sulla responsabilità civile dei magistrati. Proprio mentre Matteo Renzi annuncia l'intenzione di modificare la legge elettorale per concedere il premio di maggioranza non alla coalizione ma alla lista (e in molti cominciano a pensare che l'obiettivo non dichiarato del premier sia quello di andare ad elezioni anticipate), sul tavolo del governo torna ad arroventarsi il dossier giustizia. Il Guardasigilli Andrea Orlando si presenta al Senato e annuncia tre emendamenti che di fatto rivoluzionano il testo base che era stato presentato il 23 dicembre scorso e che vengono accolti da Fi, Ncd e Psi come una marcia indietro pro-magistrati. Con la proposta del governo si prevede la responsabilità diretta delle toghe, attraverso l'eliminazione dell'udienza filtro per l'ammissibilità, e i casi in cui è mancata la valutazione del fatto e della prova. La modifica innalzerebbe inoltre da 1/5 a 1/3 la quota di stipendio dei magistrati che dovrebbe essere trattenuta in caso di responsabilità accertata. Modifiche che scatenano la dura reazione del relatore di maggioranza, Enrico Buemi (Psi), che arriva a minacciare le sue dimissioni, e fanno scendere sul piede di guerra Forza Italia. Lucio Malan è durissimo: «La nuova formulazione lascia libere le toghe di fare tutto ciò che vogliono». E Paolo Romani, davanti alle telecamere del Tg3, arriva ad evocare la fine del Patto del Nazareno. La tensione sale alle stelle. La Lega e Forza Italia, alla Camera, tentano un blitz per ripristinare la responsabilità diretta per i magistrati. Ma il blitz fallisce (l'emendamento viene bocciato) e il ministro Orlando fa capire che il governo è pronto a blindare il provvedimento con il voto di fiducia: «Non lo escludo...». E il ministero della Giustizia interviene in serata per smentire che ci sia stato un dietrofront: «Sulla responsabilità civile dei magistrati nessuna marcia indietro, ma una riproposizione pedissequa di quanto già previsto nel disegno di legge del governo. Ma ieri ad arroventare il clima è stata anche la proposta di avanzata da Renzi di modificare la legge elettorale per dare il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione. L'obiettivo è quello di arrivare ad un sistema bipartitico. L'idea è piaciuta ad Andrea Romano, che ha lasciato il gruppo di Scelta civica alla Camera e, nell'attesa che prenda forma il "partito della nazione", è passato al Misto. Ma i problemi Renzi li ha in casa, con la minoranza del Pd che non vuole un partito "acchiappa-tutti" e resta fedele alla "sinistra tradizionale". Sel, invece, scende sul piede di guerra e Nicola Fratoianni fa sapere a Renzi che se nelle Regioni dove si terranno le prossime elezioni ci saranno accordi con il Nuovo centrodestra non ce ne saranno con il partito di Vendola. I malumori più forti si registrano in Forza Italia, dove una parte dei dirigenti, a cominciare da Maurizio Gasparri, chiede che sia al più presto fatta chiarezza perché il premio di maggioranza alla lista o alla coalizione «comporta una diversa strategia politica». Ma Berlusconi, che ieri è sceso a Roma per affrontare la questione con i suoi, non sembra intenzionato a mettere i bastoni tra le ruote al premier. E in una intervista al Tg5 spiega perché. «Ho la stessa strategia di Renzi, ma nel centrodestra» ammette il Cavaliere, che non boccia l'idea di una legge elettorale che favorisca il bipartitismo e sottragga elettori al centro, a cominciare da quelli di Alfano. «Ci confronteremo con Renzi nella ricerca di una legge elettorale che favorisca la governabilità del paese, e che, naturalmente, vada bene a tutte e due le parti in causa». ©RIPRODUZIONE RISERVATA