Processo Ruby, il giudice lascia la toga

ROMA Prima ha firmato la sentenza di assoluzione di Silvio Berlusconi. E poi si è dimesso. Enrico Tranfa, 70 anni, presidente della II Corte d'appello di Milano, in dissenso con il collegio di giudici, composto da Concetta Locurto e Alberto Puccinelli, che alla fine del processo Ruby ha assolto l'ex premier dalle accuse di concussione e induzione alla prostituzione minorile - ribaltando così la sentenza di primo grado a 7 anni di carcere - ha scelto di abbandonare la magistratura. «Ho dato le dimissioni, punto. Ognuno pensi quel che vuole» è stato il commento lapidario del giudice che, però, nello stesso giorno prima firma le motivazioni della sentenza di assoluzione e poi lascia la magistratura, dopo 39 anni di carriera e in anticipo di 15 mesi rispetto al previsto pensionamento. «In tutta la mia vita non ho fatto mai nulla di impulso» aggiunge confermando che si tratta di una «scelta meditata». Forse meditata durante i tre mesi trascorsi tra l'assoluzione, del 18 luglio scorso, e la lettura delle motivazioni. Perché in quelle carte, 332 pagine, i fatti non vengono contestati, anzi. Per i giudici è certa «l'attività prostitutiva» di Karima El Mahroug, detta Ruby, ad Arcore. Come è certo che nelle serate del «bunga bunga» (e non «cene eleganti», ma «con intrattenimenti a sfondo sessuale») tra Ruby e l'ex presidente del Consiglio ci siano stati «atti di natura sessuale retribuiti». E sono sempre i giudici a scrivere che lo stesso Berlusconi aveva un «interesse personale» ad ottenere, nella nota telefonata al capo gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni, (avvenuta nella notte tra il 27 ed il 28 maggio 2010) l'affidamento della marocchina, allora minorenne, a Nicole Minetti. E cioè, «con la fuoriuscita della giovane - si legge nel dispositivo - dall'area di controllo delle Autorità minorili (Berlusconi) vedeva diminuire il rischio che la stessa rivelasse i retroscena compromettenti della loro frequentazione». Ma nonostante questi fatti siano accertati i giudici assolvono l'ex presidente del Consiglio perché i due reati contestati non sono provati. In sostanza manca il «dolo dell'imputato»: spiegano che non ci sono prove che sapesse della «minore età» della ragazza, e così viene meno il reato di prostituzione minorile. E ancora aggiungono che «non risulta provato che i funzionari di polizia siano stati costretti all'accelerazione nelle procedure e all'affidamento di Karima El Mahroug alla Minetti» dall'intervento di Berlusconi. E qui viene meno il reato di concussione. «Non vi è prova - c'è scritto nella sentenza - della ascrivibilità a Berlusconi di una intimidazione costrittiva nei confronti di Ostuni. La Corte ammette «l'effetto acceleratorio» della telefonata ma imputa al capo di gabinetto un «eccessivo ossequio e precipitazione». E il troppo zelo per i giudici sarebbe confermato dal fatto che Ostuni continua a seguire la vicenda anche quando, nella stessa serata, si rende conto che la ragazza non è la nipote dell'ex raìs egiziano Mubarak, come invece gli aveva detto al telefono l'ex Cavaliere. Ora, toccherà alla Cassazione confermare o ribaltare ancora il verdetto della Corte di Milano. A Tranfa ieri è arrivata la solidarietà del Pd («se un minorenne può essere sfruttato sessualmente senza che si possano condannare i responsabili la falla del sistema è grande» dice Sandra Zampa), mentre Fi lo bolla come un «giudice fazioso». (a.d'a.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA