Dopo l'omicidio fuga in auto in Slovenia

di Maria Fiore wPAVIA Forse è stata la telefonata alla sorella a fargli cambiare idea. Non è neppure da escludere che Guido Soffientini, il 43enne di Cura Carpignano accusato di avere trucidato l'ex collega Enrico Marzola a colpi di pistola nel capannone di via Saragat, volesse costituirsi. Fatto sta che, secondo il percorso ricostruito dagli inquirenti, l'uomo, dopo il delitto, alla guida della sua Fiat Stilo grigia è arrivato fino in Trentino, dove ha trascorso una notte al santuario di Montagnaga di Pinè. Ma all'alba di giovedì si è rimesso in macchina e ha guidato fino in Slovenia. Una volta superato il confine ha dato notizie di sé, chiamando la sorella. Gli uomini della squadra mobile, coordinati da Francesco Garcea e dal sostituto procuratore Roberto Valli, hanno intercettato una utenza estera: Soffientini, che ha sempre tenuto spento il suo cellulare dopo l'omicidio, ha utilizzato un telefono pubblico, per quella chiamata, ma non sapeva che anche la famiglia era monitorata dagli investigatori. La sorella lo ha pregato di «non fare sciocchezze e di tornare indietro». Forse è stata proprio questa sollecitazione a convincerlo a tornare indietro, a casa. Quando è stato fermato dalla polizia, a pochi chilometri dalla frazione Calignano di Cura, Soffientini aveva ancora con sé l'arma, la P38 Special utilizzata, secondo gli investigatori, per esplodere 50 proiettili nel capannone della zona industriale di viale Lodi e uccidere l'ex collega di lavoro. «Gli omicidi vanno sempre risolti in tempi rapidi – dice il procuratore Gustavo Cioppa – ma a maggior ragione quando ci sono ancora in circolazione soggetti pericolosi». Le indagini, comunque, sono ancora in corso. Ieri mattina sul corpo di Enrico Marzola è stata eseguita l'autopsia al dipartimento di Medicina legale. La perizia di Maurizio Merlano sarà depositata solo fra qualche settimana, ma i primi accertamenti hanno confermato che Marzola è stato ucciso con parecchi proiettili, esplosi da una distanza ravvicinata. Sul corpo sono stati contati 37 fori, di entrata e uscita dei colpi. E' stata anche eseguita una radiografia, per accertare il numero di proiettili rimasti all'interno del corpo. La maggior parte dei colpi, comunque, si è rivelata mortale, concentrata tra la testa e il torace. Chi ha sparato, quindi, voleva senza dubbio uccidere. L'assassino, inoltre, ha infierito sulla vittima, con rabbia. «Mi aveva provocato», si è limitato a dire l'indagato al giudice, durante la convalida. La procura, invece, gli contesta la premeditazione: Soffientini, cioè, sarebbe uscito di casa con una pistola e 50 colpi – nonostante non avesse il porto d'armi – con l'intenzione di uccidere. Al mattino, peraltro, l'uomo doveva andare da un assicuratore, a pagare la polizza dell'auto, e poi da un amico, ma non si è presentato agli appuntamenti. Lo ha scoperto la moglie, Simonetta Berna, preoccupata perché l'uomo non rispondeva al telefono. La donna voleva ricordare al marito che alle 4 e mezza del pomeriggio avevano appuntamento dall'avvocato Marcello Vernizzi, per la separazione. «Mi ha chiamato un po' prima, dicendomi che non riusciva a mettersi in contatto con lui e che era preoccupata», si limita a dire il legale. Il giorno del delitto i coniugi avevano la firma della separazione consensuale. Una circostanza che potrebbe avere fatto scattare, nella mente dell'uomo, la molla della follia.