L'assassino: «Enrico mi ha provocato»

di Maria Fiore wPAVIA «Mi ha provocato. L'ho incontrato per caso alla rotonda della Riso Scotti, ha cercato di tamponarmi...». Poche parole, prima di chiudersi nel silenzio. Diego Soffientini, il 43enne di Cura Carpignano arrestato con l'accusa di avere ucciso a colpi di pistola l'ex collega Enrico Marzola, di 49 anni, le ha pronunciate di getto, come per togliersi un peso. Poi il suo avvocato, il legale Michele Pizzini di Trento, ha comunicato al giudice e al pubblico ministero Roberto Valli l'intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. Le scarne dichiarazioni di Soffientini, tuttavia, sono state verbalizzate. Suonano, infatti, come un'ammissione, anche in assenza di una vera e propria confessione da parte dell'indagato. La procura, attraverso il sostituto Roberto Valli, gli contesta l'omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. Contro Soffientini, in effetti, c'è un'indizio che gli inquirenti considerano «schiacciante»: quando l'uomo è stato fermato, sulla strada tra Copiano e la frazione Calignano di Cura, dove il 43enne risiede con la madre, aveva con sè una pistola P38 special. Un'arma del tutto compatibile con i bossoli ritrovati sul luogo del delitto, il capannone di via Saragat, nella zona industriale di viale Lodi, dove Enrico Marzola, dipendente delle pompe funebri Marazza, era andato a parcheggiare il furgone della ditta. Sul pavimento del magazzino, accanto al corpo, sono stati trovati 49 bossoli e un proiettile inesploso. Sei colpi sono stati esplosi contro il parabrezza del furgone, mentre Marzola era al volante, mentre altri nove fori sono stati scoperti sull'automobile Rolls Royce di Marazza, parcheggiata nel magazzino, su cui l'omicida si è accanito per sfregio. Sul corpo della vittima, secondo i primi accertamenti medico-legali, sono stati trovati 37 fori, sia di entrata che di uscita. L'assassino ha dunque infierito con brutalità su un uomo indifeso che, già ferito, ha anche provato disperatamente a mettersi al riparo dalla furia omicida. Le indagini dei poliziotti, coordinati dal magistrato Valli e diretti da Francesco Garcea, hanno permesso di ricostruire meglio quanto accaduto tra le 13,15 di mercoledì, quando alcuni testimoni hanno detto di avere sentito i colpi, e le 17, quando Simonetta Berna, moglie di Soffientini, ha scoperto il corpo. La donna non riusciva a mettersi in contatto con il marito, con il quale aveva appuntamento, da un avvocato, per la causa di separazione. Perché decide di andare a cercarlo al capannone di via Saragat? «Avevo un brutto presentimento», ha spiegato la donna alla polizia. Il marito, infatti, da tempo disoccupato, non si allontanava quasi più da casa. Invece quel giorno aveva preso la macchina, la Fiat Stilo grigia con cui è poi fuggito in Trentino. Soffientini ha vagato tra la Valsugana e la provincia di Belluno, poi si è fermato al santuario di Montagnaga di Pinè dove lui, molto religioso, andava spesso con la moglie. Forse cercava la fuga verso l'Austria: alle 5 di giovedì mattina è stato registrato il transito della sua auto lungo l'autostrada A23 nei pressi di Udine, in direzione nord. L'ipotesi è che Soffientini possa essere stato disturbato nel suo tentativo di fuga verso l'estero dalla presenza di una pattuglia della polizia stradale. @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA