Renzi al M5S: «Basta con le sceneggiate»

di Gabriele Rizzardi wROMA Ringrazia i senatori che hanno lavorato «per il bene del paese» e bacchetta i 5 Stelle che hanno trasformato l'aula del Senato in un ring: «Sono sceneggiate che ormai hanno stancato anche i loro elettori». Dopo la notte di bagarre a Palazzo Madama, Matteo Renzi riunisce la segreteria del Pd e assicura che il consenso intorno al governo è aumentato anche a Palazzo Madama. «Il margine del voto sul jobs act è molto forte. Sono molto contento del risultato, 165 a 111. Questo vuol dire che ci siamo rafforzati anche al Senato» spiega il premier, che ringrazia i senatori «che vogliono bene all'Italia» e tende la mano a Walter Tocci, che ha detto sì alla fiducia e poi ha annunciato le sue dimissioni da senatore del Pd: «Farò di tutto perché Tocci, che è una persona che stimo molto, continui a fare il senatore. Ha espresso le proprie posizioni ma ha accettato quello che il partito ha detto. La sua intelligenza, la sua passione e la sua competenza sono necessarie a un partito che ha il 41%». Il governo adesso vuole correre e punta ad approvare il jobs act a Montecitorio entro il mese di novembre. La battaglia si sposta a Montecitorio, dove i numeri della maggioranza sono molto più solidi che al Senato. Ma il problema che si apre è politico. La minoranza del Pd, infatti, punta ad ottenere delle modifiche rispetto al testo uscito da Palazzo Madama e, si può essere certi, che la battaglia non è finita. Delusa dal premier, la minoranza del Pd, da Gianni Cuperolo a Pippo Civati fino a Stefano Fassina, contesta la linea della maggioranza e si prepara a scendere in piazza il 25 ottobre sotto le bandiere della Cgil e della Fiom. A fare pressing sul governo è anche Pier Luigi Bersani. «Voglio proprio sperare che alla Camera ci sia lo spazio e il tempo per le modifiche sul jobs act» dice l'ex segretario, che a una domanda sulla possibilità di un nuovo voto di fiducia risponde secco: «Non temo niente». Sulla questione interviene anche Gianni Cuperlo: «Se il governo va avanti a colpi di fiducia, condizionando anche i parlamentari del Pd, non va nella direzione del cambiar verso, va contromano». La resa dei conti nel Pd è cominciata ma sulla sorte di Corradino Mineo, Lucrezia Ricchiuti e Felice Casson (i tre senatori che non hanno partecipato al voto di fiducia) sarà il gruppo Pd di Palazzo Madama a decidere. Lorenzo Guerini ha infatti passato la spinosa pratica al presidente dei senatori Pd Luigi Zanda. E, nel farlo, non è stato tenero: «Non partecipare al voto di fiducia credo metta in discussione i vincoli di partecipazione alla comunità politica alla quale si appartiene». Ci saranno sanzioni? Nell'attesa di capirlo, Pippo Civati fa sapere che se non ci saranno modifiche alla Camera e il governo porrà di nuovo la fiducia, lui non la voterà. «Non si può avere un partito all'americana, con eletti con le primarie, e poi immaginare che ci sia una disciplina di stampo sovietico. Nessuno ha detto che ci candidavamo a guidare il paese per cancellare l'articolo 18...». Ma a promettere battaglia è anche Stefano Fassina, che si dice «non disposto» a votare la legge delega sul lavoro come è uscita dal Senato e non esclude altri "casi Tocci". «Tutto dipenderà dalla disponibilità di Renzi ad ascoltare posizioni che non sono isolate ma condivise da pezzi significativi del nostro mondo». E ancora: «In assenza di modifiche significative sul jobs act, io ritengo che la manifestazione della Cgil del 25 ottobre sia utile e quindi andrò in piazza». ©RIPRODUZIONE RISERVATA