«Enrico sorrideva a tutti» San Martino è sotto choc
SAN MARTINO «Lo abbiamo visto crescere. Lo ricordiamo bambino, quando correva in queste strade dalla casa in cui abitava con la famiglia, a due passi da qui. Non meritava di morire in questo modo». Achille Sala e Graziella Tarantola si affacciano sul ballatoio, al secondo piano di una villetta in via Calvi a San Martino. Al piano di sotto, invece, le finestre hanno le tende chiuse, a proteggere il dolore di chi non può comprendere le ragioni di tanta violenza. Di chi non può perdonare. Qui Enrico Marzola, freddato a colpi di pistola mentre era nel capannone delle pompe funebri di Marazza, suo datore di lavoro, abitava da nove anni, insieme alla sua convivente. La donna, ieri mattina, si è chiusa nel silenzio di quella casa scelta insieme al compagno, dove insieme avevano deciso di vivere il loro legame. «Non voglio parlare, non me la sento», si limita a dire aprendo appena la finestra. Anche i familiari più stretti del 49enne scelgono il silenzio. Il fratello Andrea Marzola, che gestisce un panificio a Cava Manara, la sorella, che abita a Sairano, e la madre Maria Clara Orsi, che vive da sola in una casetta vicino all'ufficio postale di Cava, non se la sentono di parlare. La madre, alla notizia dell'uccisione del figlio, ha avuto un malore. Per lei, una prova troppo dura da sopportare. I vicini di casa del 49enne e i suoi colleghi di lavoro, invece, lo vogliono ricordare, «perché in fatti di questo tipo, così tragici, ci si dimentica delle vittime, ed Enrico non va dimenticato, anzi bisogna raccontare che persona splendida era, sempre solare, allegra e con una grande voglia di vivere». I coniugi Sala, vicini di casa, hanno saputo quasi subito della tragedia. «Non riuscivamo a crederci – dicono –. Pensavamo si fossero sbagliati, non poteva essere lui. Quello che è successo è assurdo. Enrico era una persona per bene, tranquilla, non ha mai fatto del male a nessuno. Non c'è niente che può spiegare quello che è successo». Incredulità e sgomento anche in paese, a Cava Manara, dove la famiglia della vittima è molto conosciuta, e anche tra i colleghi di lavoro del 49enne. «Si, lo conoscevamo bene – dice un ragazzo seduto al bar del centro –. Siamo tutti sotto choc». «Aveva sempre il sorriso sulle labbra e una disponibilità nei confronti degli altri non comune», dicono, addolorati, i colleghi che lavorano nelle agenzie di via Rezia e via Lombroso, a Pavia. Enrico Marzola era proprio sul lavoro il pomeriggio che è stato ucciso. Si trovava nel capannone di Marazza, per il quale lavorava da circa 18 anni. Quando la società aveva dovuto affrontare la crisi economica e aveva cambiato ragione sociale, Marzola era rimasto, per «la sua anzianità di lavoro, ma anche perché era una persona affidabile». Mercoledì tutto è crollato. Gli affetti, il lavoro, una intera esistenza. Enrico Marzola aveva mezza giornata libera e, verso le 13, è andato in via Saragat, per parcheggiare il furgone bianco Renault della ditta. Ma sull'uscio del capannone ha trovato la morte. Più di quaranta colpi di pistola, esplosi a bruciapelo e da cui Enrico Marzola ha provato a difendersi, disperatamente. Ma il suo assassino non ha avuto pietà. «Aveva una vita ancora davanti – dicono i vicini di casa –. Non doveva succedere a lui, non meritava una morte così atroce». (m. fio-a.a.)