«Corpo in una pozza di sangue rappreso»
PAVIA All'equipaggio del 118 che è arrivato per primo in via Saragat non è servito molto per capire che non c'era più nulla da fare. Il corpo supino era circondato da una pozza di sangue, ormai rappreso. Non c'era più spazio per i soccorsi, ma solo per le indagini e, soprattutto, per gli accertamenti della polizia scientifica. Gli agenti con le tute bianche sono arrivati poche decine di minuti dopo la scoperta del cadavere. Il primo compito è stato quello di repertare i bossoli espulsi dall'estrattore della semiautomatica che aveva fatto fuoco. Un cartellino in corrispondenza di ciascun bossolo. Poi, intorno alle 18.45, è arrivato un mezzo dei vigili del fuoco che ha illuminato, con le fotoelettriche, la scena del crimine. Nel capannone industriale, infatti, non arrivava corrente elettrica. Dopo il sopralluogo del pubblico ministero, Roberto Valli, è iniziato un lavoro meticoloso che è durato sino a tarda serata. Il corpo di Enrico Marzola è stato esaminato dal dottor Maurizio Merlano e da una equipe di medicina legale. Gli esperti forensi cercavano indizi come, ad esempio, le macchie ipostatiche, che si formano quando un corpo rimane a lungo a terra, per l'accumulo di sangue in corrispondenza dei punti di appoggio. Segni che potessero far risalire all'ora del decesso. Nel capannone vuoto, ad eccezione del furgone, di una Rolls Royce e di uno scooter, gli inquirenti hanno cercato di capire come si possa essere verificato quello che ha tutto l'aspetto di un agguato. Una prima ipotesi è che l'aggressore abbia colto la vittima mentre, alla guida del furgone Renault "Master" stava uscendo dal capannone, nella zona artigianale di Pavia. I primi colpi, infatti, sono stati esplosi in direzione del posto di guida e hanno lasciato sei fori netti sul cristallo. Marzola, forse già ferito, sarebbe riuscito a uscire dall'abitacolo, saltare a terra e tentare una disperata fuga. Sul retro del capannone, infatti, c'è un portone d'emergenza di quelli che si aprono a spinta. L'aggressore lo avrebbe seguito continuando ad esplodere colpi, e fermandosi solo per estrarre un caricatore e sostituirlo con un secondo. Lo testimonierebbero delle "isole" di bossoli lasciati sul pavimento. Poi la vittima avrebbe tentato di riguadagnare l'uscita del capannone, ma qui si sarebbe accasciata al suolo esanime. (f.m.)