Vick: «Tra sesso e cocaina il mio Don Giovanni è un'opera senza ipocrisia»

PAVIA Farà discutere i melomani il Don Giovanni mozartiano - primo spettacolo della nuova stagione d'opera - che arriverà al Fraschini venerdì prossimo nel nuovo allestimento curato da Graham Vick. Il dramma giocoso che il compositore ricavò dal libretto da Lorenzo da Ponte, incentrato sulle vicende del seduttore impenitente, rivive stavolta nella regia di uno tra i più famosi registi d'opera: Vick - insignito del titolo comandante dell'ordine dell'impero britannico, una delle più importanti onorificenze del Regno Unito -, è direttore artistico della Birmingham Opera Company e ha collaborato con i più importanti teatri; da sempre al centro dell'attenzione per le sue regie moderne e innovative, non si smentisce neanche con questo Don Giovanni che ha debuttato al teatro sociale di Como non senza qualche perplessità (l'esplicito sesso in auto e le sniffate di cocaina hanno sollevato qualche alzata di scudi da parte del pubblico e della critica meno disposti a comprendere le ragioni di questa messa in scena). Se si chiede a Vick quali sono queste ragioni, risponde così: «In questa nostra società siamo tutti egoisti, abbiamo perso fiducia nelle istituzioni, viviamo per noi stessi e senza regole come e più del personaggio di Don Giovanni. Quanto all'ambientazione dello spettacolo, è naturalmente moderna: Don Giovanni si perde negli eccessi muovendosi in uno scenario livido, simile a certe periferie cittadine, tra personaggi assolutamente attuali, gli stessi che popolano le strade di notte». Qual è la ragione di questa modernizzazione? «Preferisco parlare di "attualizzare" piuttosto che "modernizzare". L'opera è arte contemporanea, come regista devo ogni volta ricreare l'azione. Per questo non mi interessa mettere in scena allestimenti classici, con vestiti d'epoca: sarebbe rappresentare una realtà già accaduta e passata. Invece l'opera deve rivivere oggi. La bellezza da sola non basta, non è una scusa sufficiente. Dobbiamo trovare una giustificazione migliore per mettere in scena un'opera». Don Giovanni è un'opera comica con un soggetto tragico. Come si conciliano i due aspetti? «Non è un'assurdità, è l'essenza della condizione umana. Il registro comico è uno dei modi per affrontarla. La risata è uno degli strumenti per affrontare le cose più serie e arrivare a una certa profondità, lo vediamo spesso in Shakespeare». Qual è la sua lettura della figura di Don Giovanni? «Don Giovanni è l'incarnazione di una società in cui la trasgressione è glamour, è vendibile e provoca dipendenza. Don Giovanni è la rappresentazione satirica di un futuro senza limiti, un personaggio che si spinge continuamente oltre. Dopo tutto il libretto è stato scritto da Lorenzo da Ponte, un prete cattolico di origine ebrea e la musica, invece, dal giovane Mozart, ragazzo prodigio appena colpito dalla morte del padre tiranno. E' un'opera paradossale che, se riletta in chiave moderna, vede Don Giovanni diffondersi come un virus nella nostra società». Lei cosa chiede ai protagonisti in scena? «In quest'opera il testo emerge su tutto: nel meraviglioso libretto il gioco di parole ha un'importanza fondamentale. Ai cantanti chiedo di rispettare il testo che è molto giocoso, pienamente teatrale, poco operistico. Anche la musica, caratterizzata da bellissime melodie, è comunque spesso al servizio della parola. E' la prima volta che metto in scena il Don Giovanni in Italia. E' l'ideale dato che il libretto è in italiano. Il pubblico deve capire ogni parola». Lei pensa a un pubblico di giovani? «Vorrei un pubblico di giovani, certo, ma non solo. Mi rivolgo a un pubblico aperto, l'opera non è un club per pochi eletti. L'opera è la più grande forma di arte: mette in mostra la politica, la società, la moralità senza nascondersi dietro uno schermo, come un computer, ma in uno spazio aperto e comune». Anche il cast e il direttore Josè Gomez Rios sono giovani. «Lavorare con i giovani permette di ricreare sul palcoscenico la vita che loro stessi vivono anche se, in generale, quello che mi importa è lavorare con artisti di talento, indipendentemente dall'età». Don Giovanni è un personaggio attuale? «Don Giovanni è ogni uomo, ma anche ogni donna. E' l'essere umano che varca la linea e poi si spinge sempre più in là. Rappresenta il bisogno di sentirsi vivi: Don Giovanni parla di passione, non di amore. Noi uomini siamo bestie egoistiche ma abbiamo scelto con un contratto sociale di vivere insieme formando una società. E' un compromesso che diventa ipocrisia. In quest'opera possiamo trovare anche una metafora della corruzione del potere. Trovandoci in Italia è un aspetto che non possiamo evitare». E' un'opera scandalosa? «Chi può dire cosa è "forte" o "scandaloso"? Mia madre era orgogliosa quando mettevo in scena le regie più forti. In generale un'opera descrive le dinamiche, i movimenti e lo sviluppo della società». Si può leggere una nota misogina nel Don Giovanni, seduttore impenitente? «Assolutamente no. Mozart tratteggia le figure femminili sofisticate di sempre. Le donne possono avere anche aspetti negativi, ma non più di quanti non ne abbia Leporello. Sono Don Giovanni e gli altri personaggi maschili a essere più colpevoli». Dove sta dunque l'etica nel Don Giovanni? «Con le mie regie io faccio domande, non dò risposte». Riccardo Catenacci