«Scarpe pulite? È quasi impossibile»
di Anna Mangiarotti wGARLASC0 Era praticamente impossibile non sporcarsi le scarpe di sangue – una possibilità su un milione – se Alberto Stasi è arrivato a vedere Chiara già morta nella villa di via Pascoli. Scendendo per forza di cose i primi due gradini della scala interna, dove era stato gettato il corpo. Quindi, resta da spiegare perché le sue scarpe fossero pulite, quando è arrivato in caserma a dare l'allarme. E le possibiltà di non sporcarle sarebbero meno ancora, considerando l'intero percorso di Stasi nella casa. L'analisi sui gradini e sull'area antistante non era stata effettuata nel processo di primo grado, finito con un'assoluzione confermata in appello. La Cassazione ha annullato le due sentenze, rimandando Stasi a processo, dove è stata chiesta e disposta una nuova ricostruzione della camminata. Ieri a Bologna si è tenuto un summit fra periti -e consulenti, prima della consegna della perizia prevista in settimana. «Sono stati esaminati finalmente anche i due gradini della scala interna che Stasi deve aver calpestato per vedere Chiara già morta», commenta l'avvocato di parte civile, Gianluigi Tizzoni. Quanto alla possibilità di non sporcarsi le scarpe, «potrebbe emergere una percentuale ancora più bassa, rispetto allo 0,6 per cento degli esperimenti precedenti». La famiglia Poggi punta molto sulla nuova ricostruzione della camminata di Alberto nella villa del delitto, quando a suo dire ha ritrovato il corpo. E la nuova simulazione tenderebbe a dimostrare che Stasi non poteva non sporcarsi le scarpe di sangue – ne erano pesantemente chiazzati il soggiorno e le scale verso il garage – se davvero è arrivato a vedere il corpo riverso in fondo ai gradini. Secondo accusa e parte civile, quindi Stasi avrebbe finto di trovare Chiara cadavere. Ma in realtà non sarebbe entrato nella villa quel pomeriggio: sapeva che era morta perché sempre secondo l'accusa, l'avrebbe uccisa lui qualche ora prima. È stata depositata ieri in tribunale a Milano, invece, la perizia del genetista Francesco De Stefano, dell'Università di Genova. Ha analizzato frammenti di unghie di Chiara – su cui è stato isolato il cromosoma maschile Y – e un capello castano chiaro rimasto nel pugno sinistro della vittima. Entrambi gli accertamenti non avrebbero consentito di estrarre del Dna confrontabile con quello di Stasi o di altri. Il materiale, prelevato oltre sette anni fa, è troppo esiguo e deteriorato dal trascorrere del tempo. Il processo riprende l'8 ottobre: in aula verranno valutate le nuove perizie. ©RIPRODUZIONE RISERVATA