«Africa, scommessa perduta Ora è nell'orbita della Cina»
di Fabrizio Merli w PAVIA «Ho partecipato a dieci edizioni del G8, cinque da presidente del Consiglio e cinque da presidente della Commissione europea, e posso dire che non abbiamo mai mantenuto le promesse riguardanti l'Africa». Romano Prodi, nell'aula Volta dell'Università, parla con la consueta schiettezza. Il tema del suo intervento sono le contraddizioni dell'Africa e l'ex premier parte da una serie di numeri sul continente: «Rappresenta il 20 per cento delle terre emerse, è grande quattro volte gli Stati Uniti, ha il 12 per cento della popolazione mondiale e un Prodotto interno lordo che vale il 3 per cento di quello mondiale». Il punto focale è questo. Nonostante molte nazioni, come Nigeria e Sudafrica, abbiano registrato un senbile miglioramento dei dati economici, il dato di partenza è sempre quello di una povertà estrema, con la vita media tra i 45 e i 46 anni che, negli Stati sub sahariani, crolla a 18 anni. Prodi si è soffermato a lungo su aspetti di geopolitica: «Dopo il crollo dell'Unione sovietica, molti si aspettavano che l'Africa ricadesse sotto l'influenza degli Stati Uniti». Non è stato così, nonostante le recenti, buone intenzioni di Barak Obama. Chi ha fatto breccia nell'enorme continente è stata, invece, la Cina. «Solo la Cina ha relazioni diplomatiche con tutti e 54 i Paesi africani. I cinesi hanno forti bisogni di materie prime o energia e li vanno a cercare in questa zona. In molti casi hanno messo in atto politiche di "land grabbing", ossia hanno acquistato grandi estensioni di terreno grazie alla corruzione dei governi locali». Ma se la povertà è ancora a livelli estremi, segnali di cambiamento, in positivo e in negativo, giungono comunque da oltre Mediterraneo. «Intanto sta emergendo una nuova classe media con un buon livello di istruzione. E poi gli effetti della tecnologia, in particolare del telefono cellulare, si stanno facendo sentire ovunque». Però l'Africa è «ancora lontanissima dall'essere in grado di nutrire tutti i cittadini. L'Unione europea, pur essendo un grande donatore di risorse, politicamente non conta nulla. Contano, semmai, i Paesi delle ex colonie, come Francia o Gran Bretagna». Infine le tensioni in atto, l'ampliarsi delle telecomunicazioni e confini sempre più labili hanno un risvolto inquietante. «Specialmente la zona sub sahariana sta diventando terreno fertile per il terrorismo internazionale, come quello dell'Isis». Cosa fare? «La mia proposta è dare una struttura statuale alla Libia».