L'OPINIONE
(segue dalla prima pagina) Si tratta in realtà di un nuovo tassello di una faticosa riforma da tempo iniziata, i cui passi principali sono rappresentati dal decreto Bersani del 2006 sulla liberalizzazione delle tariffe degli avvocati, dall'avvio del processo telematico e soprattutto dalla delibera del governo Monti sull'accorpamento dei tribunali. Quest'ultima è una mossa determinante, perché il grande tribunale consente di specializzare i giudici e in tal modo aumentarne la produttività: rispetto al generalista, infatti, il giudice specialista decide più in fretta e anche decide meglio, nel senso che le sue sentenze sono meno soggette a ricorsi e cambiamenti successivi. Le novità sono oggi rappresentate dalla riduzione delle cause da portare davanti al giudice e dalla correlata dilatazione del ruolo degli avvocati. Non si disturba più il giudice per divorzi e separazioni consensuali; e la cosa appare di tanto elementare buon senso (il giudice serve a dirimere le liti, non a certificare gli accordi), da chiedersi perché si sia atteso fino a oggi per introdurla. Ma anche le liti in tribunale dovrebbero diminuire, in quanto risolte prima dagli avvocati in uno spazio di trattative che viene ampliato e meglio codificato. Sono innovazioni positive, al pari di quelle precedenti sopra ricordate. Ma qui scatta allora la domanda: come mai i risultati delle precenti e positive mosse sono ancora così scarsi e perché queste ultime mosse dovrebbero essere più incisive? La risposta contempla i tempi tecnici, soprattutto per l'accorpamento delle sedi; ma soprattutto deve sottolineare il ruolo dei comportamenti nel rendere effettive le norme. Il legislatore apre la strada e indica la direzione di marcia; ma sono in gran parte i soggetti interessati che di fatto determinano la velocità di avanzamento. Il nuovo round è favorito dal clima di insofferenza del Paese verso una giustizia che impone il costo dell'attesa e respinge gli investimenti esteri. Ed è favorito soprattutto dal fatto che gli avvocati vedono ampliarsi il loro ruolo, mentre i giudici dovrebbero accogliere senza reazioni contrarie il sollievo del minor numero di cause che non ne intacca la remunerazione né il prestigio ma solo li libera da eccessivi carichi di lavoro. È quindi lecito attendersi comportamenti favorevoli alla riforma, anche se non ciò non basta a garantire i risultati eclatanti promessi da Renzi in tempi brevi, cioè la riduzione a metà dell'arretrato e la riduzione a un anno della durata del processo civile. Potrebbe essere di notevole aiuto un incentivo ulteriore da inserire nella riforma, preso dalla prassi vigente in Germania e già suggerito in sede di prima e inascoltata Spending Review nel 2008. Si tratta di prevedere per l'intera difesa nella lite giudiziaria un onorario legale a forfait, come già ammesso ma non sovente praticato ora; con la clausola aggiuntiva che esso sarà pagato dal cliente per un ammontare rilevante, indicativamente per due terzi, in caso di soluzione extragiudiziale. In questo modo rimane un significativo incentivo per il cliente, in termini di costo e durata, a evitare il tribunale; e al contempo si crea un potente incentivo per l'avvocato a chiudere prima, rovesciando la prassi, sempre negata con sdegno dagli interessanti ma purtroppo spesso provata, della «causa che pende, causa che rende».