Cinque jihadisti indagati in Veneto

di Daniele Ferrazza wVENEZIA L'imbianchino bosniaco di Belluno diventato jihadista: in pochi avevano creduto a quella che sembrava poco più che una misteriosa ma improbabile vicenda di un papà che strappa il piccolo figlio alla madre cubana e fa perdere le proprie tracce. La vicenda aveva trovato un primo riscontro nei primi giorni di gennaio, quando la donna aveva riconosciuto il volto straziato dell'ex marito, morto, nella foto di un sito islamico che lo descriveva come un martire della causa islamista, caduto in Siria con i guerriglieri che combattono Bashar Sadat. Tra la scomparsa e la morte non erano passati più di quindici giorni: ma del bimbo, di appena due anni e mezzo, nessuna traccia. All'indomani del dossier della nostra intelligence citata dal ministro dell'Interno Angelino Alfano («i combattenti italiani attivi in Siria sono alcune decine. Ne sono già morti una decina») l'allarme nel quieto Nordest si fa rosso: la procura distrettuale di Venezia, che lavora nel contrasto al terrorismo, sta lavorando attorno a una manciata di musulmani provenienti da alcuni Paesi balcanici, soprattutto bosniaci, che avrebbero indotto l'imbianchino residente a Belluno Ismar Mesinovic, nato a Doboj (Bosnia) il 22 agosto 1977 e morto in Siria nei primi giorni del gennaio (tra il 4 e il 6 gennaio) ad abbracciare la causa del terrorismo islamico, fenomeno che sta allertando i servizi di sicurezza di mezzo mondo a causa dell'avanzata dell'Is. Gli indagati per terrorismo (articolo 270 bis del codice penale)sarebbero cinque: tutti compresi tra le province di Treviso, Belluno e Pordenone. Tra questi anche l'imam estremista Adhan Bilal Bosnic, che negli anni scorsi ha predicato anche in provincia di Pordenone. Pochissimi gli elementi certi di un'indagine delicatissima, che sta impegnando i carabinieri del Ros di Padova insieme al sostituto procuratore distrettuale di Venezia Walter Ignazitto. L'indagine è iniziata lo scorso gennaio dalla denuncia di Lidia Herrera Solano, 34 anni, residente nel Bellunese, madre del piccolo Ismail Davud, nato a Belluno il 4 settembre 2011, figlio anche del bosniaco descritto fino a pochi mesi prima della fuga come persona assolutamente tranquillo e del tutto estranea al fanatismo religioso. Che cosa sia accaduto nella mente dell'imbianchino bosniaco, tanto da indurlo ad abbracciare la causa del califfato islamico di Al Baghdadi, nessuno per ora lo sa. Ma è quello che vogliono scoprire i magistrati della procura distrettuale e i carabinieri dei Ros, che partendo dalle relazioni di Ismar Mesinovic hanno messo sotto controllo alcune decine di persone che vivono e lavorano tra Veneto e Friuli. Da questo lavoro sarebbe scaturito un quadro indiziario abbastanza importante a carico dei cinque indagati, che sarebbero tutti bosniaci di religione islamica abituali visitatori e partecipanti a forum in rete di carattere fondamentalista. Nessuno di loro ha una particolare frequentazione né con il centro islamico di Belluno né con altre comunità musulmane del Veneto, che sarebbero del tutto estranee alle indagini. A Milano, intanto, il procuratore Bruti Liberati ha confermato l'apertura di un'inchiesta che vede indagati per terrorismo internazionale quattro siriani, tra cui Haisam Sakhanh che per oltre dieci anni ha vissuto a Cologno Monzese e che da oltre due anni ha fatto perdere le sue tracce. Crescono, naturalmente, le reazioni politiche sull'allarme di crescita del fenomeno del proselitismo terrorista: Mariastella Gelmini (Forza Italia) parla di città del Nord «potenziali luoghi di reclutamento di giovani destinati a combattere in Siria o in Iraq e pronti a immolarsi per la Jihad». E il governatore del Veneto Luca Zaia (Lega Nord) chiede che i sermoni nei centri musulmani siano pronunciati in lingua italiana: «Altrimenti vuol dire che hanno qualcosa da nascondere». ©RIPRODUZIONE RISERVATA