Lo psichiatra: «Non chiamateli raptus»
Non sembrano essere veri e propri raptus di follia quelli che portano i genitori a colpire e uccidere i loro figli, bensì situazioni di dissociazione della mente che fanno prevalere l'aggressività soprattutto quando si viene toccati in una parte fragile di sè. Questo il pensiero di Paolo Boccara, psicanalista della Spi (Società psicoanalitica italiana) e psichiatra. «Bisogna immaginare la nostra mente come un condominio, nel quale come i vicini di casa i tanti aspetti che fanno parte di noi si sfiorano, si parlano oppure si evitano - spiega l'esperto - non sempre ciò è patologico, spesso queste varie parti di noi convivono abbastanza tranquillamente, ma può capitare che una prenda il sopravvento sulle altre e succeda qualcosa di grave». «I bambini sono doppiamente esposti, perché non sono in grado di difendersi e perché dipendono totalmente da noi, dagli adulti - aggiunge Boccara - ci mettono in una condizione di impotenza che non sappiamo come affrontare. Gli atti che si compiono sono fatti con grande lucidità, direi con grande concentrazione, e non con confusione: è uno stato mentale altro che sostituisce quello più comune». «La solitudine dei genitori è uno degli aspetti caratterizzanti e spesso diventa anche solitudine di un genitore rispetto all'altro - conclude - non a caso anche questi tragici fatti di cronaca avvengono in molti casi quando si è soli, in senso fisico e non solo, e non rappresentano l'epilogo di grandi litigi».