L'OPINIONE
(segue dalla prima pagina) per terminare l'iter legislativo del provvedimento Boschi, ma non vi è dubbio che l'esecutivo segna un (ragguardevole) punto a suo favore, e che quella renziana, sul versante delle riforme istituzionali, si conferma turbopolitica. Compiuto il primo passo nella direzione dell'abolizione del bicameralismo perfetto e paritario, Renzi e i suoi hanno (legittimamente) parlato di vittoria. Tuttavia ci sembra che non risultino granché opportuni gli accenti trionfalistici. Nella fattispecie stretta della questione, per cominciare: perché se il ddl costituzionale risultava motivato da ragioni di risparmi nei costi e di velocizzazione della legificazione, i primi non si riveleranno così ingenti e, soprattutto, a proposito della seconda rimane aperto tutto il tema, gigantesco, dei regolamenti attuativi, che rientrano nelle facoltà, e nelle correlate possibilità di intralcio e ritardo, degli apparati burocratici (ai quali, come sperimentano quotidianamente i cittadini, va la responsabilità di numerosi dei problemi e delle complicazioni che ci troviamo di fronte). E, men che meno, il trionfalismo appare adeguato sotto il più generale profilo politico e, specialmente, economico. Il voto finale sul decreto di revisione costituzionale, con soli 183 favorevoli (ovvero 43 voti, oltre alle assenze "ingiustificate", in meno del dovuto), evidenzia una spaccatura che non lascia presagire una passeggiata di salute per i prossimi appuntamenti importanti - nonché un marcato stato di fibrillazione in seno alla componente allargata dei "democratici del dissenso" (che va da Vannino Chiti ai "civatiani" Corradino Mineo e Walter Tocci, fino ai bersaniani), potenzialmente suscettibile, su issues ulteriori (e, in particolare, sui contorni della legge elettorale, per Renzi fondamentale), di saldarsi con le altre forze politiche animando una dura opposizione trasversale. Qui lo scontro tra la concezione di "democrazia personale" del premier (come l'ha definita Ilvo Diamanti) e i fautori del parlamentarismo "classico", nel caso in cui si continuino a non intravedere adeguati contrappesi al rafforzamento delle prerogative e dei poteri del governo, è destinato a produrre scintille. Trovando consenso e sponda in quei settori dell'opinione pubblica che considerano l'esito della votazione al Senato alla stregua dell'ennesimo "inciucio" sancito in questo caso dal cosiddetto "patto del Nazareno", di cui parecchi chiedono a gran voce (e più che comprensibilmente) di conoscere il contenuto (visto che - o ci stiamo sbagliando? - non ci dovrebbe essere nulla da nascondere o di cui vergognarsi). Torna così nuovamente a risuonare l'etichetta "berlu-renzismo"; e, che si aggiri oppure no per la selva della politica nazionale codesto ircocervo, certo è che il secondo innegabile vincitore di questa partita è Silvio Berlusconi, il quale passa dalla "cattività" da servizi sociali obbligati al ruolo di "padre fondatore" della riscrittura della Carta, riacquistando magicamente la tanto agognata "agibilità politica" (con annessi disegni di rivincita su Angelino Alfano e il suo Ncd). Al cospetto della gravità della nostra recessione - che ha indotto il Financial Times a parlare della fine della luna di miele tra premier ed ettorato - si ripropone l'eventualità che per Renzi scatti l'esigenza del "soccorso azzurro" (ma a quale prezzo?). Nel frattempo, infatti, non si è assistito, a dispetto dei proclami, ad alcuna autentica conquista nazionale sulla flessibilità del rigore finanziario e a nessun ammorbidimento o allentamento di quelle politiche forzate ed eccessive di austerity che stanno strozzando qualunque possibilità di crescita, come ben sanno imprenditori e lavoratori. Dunque, si pone con chiarezza l'argomento di una possibile e crescente dissonanza tra realtà (o prassi) e narrazione del renzismo, i cui effetti, nel clima di opinione tendente (con più di un fondato motivo) al pessimismo, risulterebbero esiziali. E, allora, "ventre a terra" sull'economia, e astenersi dai trionfalismi… @MPanarari