Dal Senato il primo "sì" alla riforma

di Nicola Corda wROMA Alle tredici il Senato è già vuoto. Per ora solo per le vacanze d'agosto, per giungere ai futuri cento senatori bisognerà aspettare ancora. Lo sa Matteo Renzi che appena arriva il voto al termine di una maratona durata mesi, commenta: «Ci vorrà tempo, sarà difficile, ci saranno intoppi ma nessuno potrà più fermare il cambiamento iniziato oggi». 183 voti a favore e 4 astenuti, i contrari ci sono ma non sono in aula: disertano per protesta le opposizioni del Movimento 5 Stelle, della Lega, di Sinistra Ecologia e Liberta e il gruppo Grandi Autonomie. Disertano anche i dissidenti di Pd, Forza Italia e Ncd e non sono pochi. In tutto, la "maggioranza costituzionale" lascia sul terreno 43 voti. Intoppi, per dirla con Renzi, il segnale che pur avendo rispettato la data dell'8 agosto, non tutto è andato liscio con l'ostruzionismo e la guerra dei regolamenti che ha fatto morti e feriti. Dal ministro Maria Elena Boschi, il ringraziamento sincero ai senatori che hanno portato a casa la riforma del bicameralismo paritario, il nuovo assetto di poteri Stato-Regioni, abolito le province e il Cnel. «Siamo riusciti ad approvarla entro la pausa estiva. Anche in un momento complicato non è venuta meno la determinazione». Grazie soprattutto a Grasso «per l'equilibrio dimostrato nella gestione dell'Aula, per l'imparzialità e il ruolo di garanzia». Per il presidente del Senato, non arriva lo stesso riconoscimento dalle opposizioni che anche ieri hanno criticato la sua direzione dei lavori. «Per arrivare fin qui, avete piegato il regolamento e per questo non possiamo legittimarvi neppure con il voto contrario», attacca Loredana De Petris di Sel. «Con il mio intervento vi consegno centinaia di mail dei cittadini che volevano emendare questa Costituzione e invece ci avete impedito di farlo» dice il capogruppo del M5S Petrocelli, che consegna il malloppo al presidente ed esce dall'Aula seguito in fila indiana dai senatori grillini. Vorrebbe uscire, come fa il suo gruppo della Lega Nord, anche Roberto Calderoli, ma non può: «Da relatore ho cercato di migliorare una riforma che continua a non piacermi e dunque ho deciso di astenermi pronto a votare contro se peggiorerà alla Camera». «Sono dispiaciuto per chi non c'è, anche se si ha un'opinione diversa, si resta in aula - dice il capogruppo del Pd Zanda - io ho un'altra idea del Parlamento». Traspare il fastidio per i dissidenti del suo partito, le accuse di deriva autoritaria: nella maggioranza contenti e convinti appieno di questa riforma ce ne sono pochi. Testo «che porta due firme, quella di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi - dice il capogruppo di Forza Italia Romani - senza la loro capacità di dialogo e di legittimazione reciproca, non sarebbe stato possibile arrivare qui». Ma il tratto da percorrere è lungo almeno altre quattro letture. C'è il passaggio alla Camera che cambierà certamente questo testo per poi tornare al Senato che deve riapprovare senza modifiche. La procedura legislativa "rafforzata" prevede poi lo stop di tre mesi e quindi altri due voti delle due Camere sul testo complessivo (solo un sì o no). Nel frattempo va avanti il confronto sulla legge elettorale che dal 3 settembre sarà in commissione Affari Costituzionali del Senato. Per la presidente Anna Finocchiaro, è un impegno non meno gravoso. L'Italicum andrà calibrato sul nuovo assetto istituzionale ed è stato in questa fase il vero convitato di pietra. ©RIPRODUZIONE RISERVATA